Vanhelgd – Temple of Phobos

Vanhelgd: impossibile fare meglio del predecessore? Temple of Phobos dimostra esattamente il contrario.

Vanno ancora a segno gli svedesi Vanhelgd in occasione del loro quarto parto discografico chiamato Temple of Phobos. Vanno a segno e incrementano pure il valore generale, realizzando un disco assolutamente portentoso e rivelatore di un immediato e assoluto senso di rispetto. Ma la nuova opera non si ferma solo a questo. Se il livello, l’ossatura primordiale e il sound sono grossomodo quelli del precedente Relics of Sulphur Salvation, non si potrà evitare di testare quanto l’album salga repentinamente ascolto dopo ascolto.

I Vanhelgd levigano, incantano, spaziano e fanno ciò che ritengono necessario per la realizzazione di uno dei migliori album usciti dalla terra svedese durante gli ultimi anni. Lo dico senza timore e con una mano a rosolare sul fuoco.

Poteva forse sembrare impossibile fare meglio dell’ottimo predecessore, e invece finisci per accorgerti che ce l’hanno davvero fatta. Questo avviene grazie all’esibizione di canzoni ovviamente coerenti (l’ambiente battuto è sicuro e tradizionale, isolato a dovere nel suo mondo death metal), ma sempre diversificate quel tanto che basta da riuscire a distinguerle dopo poco.

Zaffate di chiuso e gusto mortifero: l’impronta imperiosa della opener

Ci accoglieranno zaffate di chiuso con l’opener – già un classico – Lamentation of the Mortals, riffing raffermo ma dotato di un movimento imperioso tutto suo, prima dell’ombrosa marcia di Rebellion of the Iniquitous (prestazione vocale superlativa). Gusto mortifero/mistico a delimitare un distinto tratto d’unione. Un crescendo in stile “valanga” che racchiuderà la scandita Den klentrognes klagan (epica malevolenza) e una title track vanesia, melodicamente straniante.

Già ebbri di queste note accoglieremo a braccia aperte i “calibri forti” di Temple of Phobos chiamati Gravens lovsång (si aprono spazi malinconici) e Allt hopp är förbi (l’incredibile ingresso della voce femminile ci rimanda a momenti di straordinaria e concreta intensità “goth” d’un tempo, momento raro, molto raro). Nel mezzo saremo scorticati dall’esaltante incedere di Rejoice in Apathy (cosa non è quel blando riffing!).

Tre quarti d’ora che funzionano tantissimo

Caratura eccezionale, temperatura che sale da una già salda base di partenza. Si lascia così inalterato il gusto del ricordo, del “dove” eravamo rimasti, per stupire e lacerare lentamente con il lento scorrere dei nuovi, poderosi ingranaggi. E si gode, oh quanto si gode. Così tanto che i tre quarti d’ora volano via lisci e ben levigati, lasciando addosso l’insana voglia di essere nuovamente rivissuti. Addosso ci rimane quella sensazione di urgenza, di voler tornare in un dato luogo.

Temple of Phobos è diventato presto – avvolto nel suo classicismo – una delle migliori uscite di questo 2016. La scelta è solo una: “prendere”. A maggior ragione se abbiamo mantenuto un costante livello nutrizionale di metallo estremo svedese nel corso degli anni.

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Summary

Pulverised Records, Dark Descent Records (2016)

Tracklist:

01. Lamentation of the Mortals
02. Rebellion of the Inquitous
03. Den klentrognes klagan
04. Temple of Phobos
05. Gravens lovsång
06. Rejoice in Apathy
07. Allt hopp är förbi

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