Coming Home dei Pain: meno industrial, più ricerca della hit
Si mantiene lo stile Peter Tägtgren in tutto e per tutto, ma ci si allontana a poco a poco dai territori più duri ed industrial ai quali ci aveva abituato nel corso degli anni. Coming Home, è questo il titolo del nuovo lavoro targato Pain e riprende in modo a dir poco lucido il percorso intrapreso dal precedente You Only Live Twice, tanto che ora, e a “bocce ferme” (dopo ben cinque lunghi anni), riusciamo ad afferrare meglio il percorso sul quale Peter vuole trasportarci, a maggior ragione se pensiamo al progetto Lindemann che sta – opportunamente – nel mezzo.
Eh sì, perché Coming Home lascia trasparire uno stile di fondo molto vicino al fortunato e neonato progetto. Uno stile che pensa con insistenza a dir poco maniacale al desiderio di voler sfornare una hit efficace dopo l’altra. Ma questa manovra non rovina la fruibilità della musica dei Pain; certo, le concessioni sono tante e continuative, però l’artista svedese non cancella mai veramente la propria impronta. Questo al momento di tirare le somme non può che essere un lato positivo di una vasta visuale.
Call Me e Black Knight Satellite: le nuove armi da palco dei Pain
Coming Home è dunque ruffiano e neppure poco, ti attacca tutto il tempo con brani (dieci) persuasivi e ficcanti, anticipati forse da quelli più performanti in vista della speciale sede live come Call Me (per il quale è stato chiamato Joakim Brodén, egregio nella strofa che lo vede assoluto protagonista) e Black Knight Satellite (unica vivente concessione al lato Hypocrisy della medaglia). I due pezzi rimarranno i più semplici da cantare e da metabolizzare, c’è da dire però che pure altri faranno la loro “porca figura”. Mi basterà citare la stramba A Wannabe o l’intensa Pain in the Ass (diretta discendente del tormentone The Great Pretender), senza omettere il ritornello magnetico di Natural Born Idiot, autentico gioiello sul come “paghi” comporre in modo semplice (dando sempre del “tu”) e privo di fronzoli.
Il viaggio sonoro in compagnia di Peter: da Designed to Piss You Off a Starseed
La scanzonata Designed to Piss You Off apre stordendo, manipola l’atmosfera a proprio piacimento prima di lanciare la già menzionata e pluricantata Call Me. Il suo refrain non te lo levi dalla testa, positivamente o negativamente parlando, nemmeno con lo scalpello. Black Knight Satellite disegna i soliti scenari spaziali ormai cari (sono pronto a scommettere su quanto possa rimanere una volta ascoltata dal vivo). Mentre con la title track vivremo un intenso momento ballad per niente scontato se applicato al ruspante concetto Pain.
Absinthe-Phoenix Rising non mi entusiasma troppo (un po’ come faceva Dirty Woman sul precedente, continuano le similitudini), anche se devo ammettere che in veste di “pezzo innocuo” ha la sua riuscita. Decisamente meglio sono la saltellante Final Crusade e le quiete scosse in crescendo di Starseed.
Da un lato mi posso dire sicuramente contento dell’ennesima abbondante sufficienza portata a casa. Dall’altro non posso che realizzare di come “forse” (il tempo a volte modifica a suo piacimento giudizi troppo frettolosi) Coming Home sia il disco che – ad oggi – manifesti più debolezza da parte del monicker Pain. Al momento attuale, con i dischi passati ficcati bene in testa, sono abbastanza sicuro di tale affermazione, per il resto vedremo. Anche se forse va riveduta e riletta la concezione di loro musica oggi rispetto a ieri (in parole semplici ora più orientata verso il rock).
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Summary
Nuclear Blast Records (2016)
Tracklist:
01. Designed to Piss You Off
02. Call Me
03. A Wannabe
04. Pain in the Ass
05. Black Knight Satellite
06. Coming Home
07. Absinthe-Phoenix Rising
08. Final Crusade
09. Natural Born Idiot
10. Starseed


