Nattradio: The Longest Night, quando la notte ci chiama con voce seducente
Dapprima un solletico, poi la certezza: i Nattradio hanno rilasciato un grande disco, qualcosa di fortemente prezioso. Non si può davvero discutere a riguardo.
Sembra di essere finiti da qualche parte a cavallo tra la fine degli anni ’90 e l’inizio dei 2000. Questi svedesi conoscono molto bene l’arma della malinconia, della tristezza sputata fieramente in volto senza ripensamenti, e con questo secondo disco ce lo dimostrano con solidità, senza mai tentennare.
Uno dei punti forti di The Longest Night risiede senza alcun dubbio nella sua varietà. Non ci sono ripetizioni, ogni pezzo è un respiro consapevole e individuale, che evita con accortezza di ripetere sempre le medesime formule. Questa componente aumenta a dismisura la freschezza, l’impatto e la centralità di ogni brano che diventa subito un protagonista specifico all’interno dell’economia dell’ascolto.
L’Inizio perfetto: Shadow Speaker
Ed è così che la prima traccia in scaletta, intitolata Shadow Speaker, ci apre il percorso con fermezza, lasciando potenti echi a My Dying Bride e Paradise Lost, filtrandoli con quel fare alla Katatonia che diventerà mano a mano il paragone principale, anche se di volta in volta verrà diversificato. Un pezzo davvero statuario per cominciare, un pezzo che ci lascia tutto il tempo necessario per pensare e proseguire.
Si prosegue con quella pennellata oscura di Sketches from the Dark, con delle linee vocali che sapranno come fare per “entrarvi dentro” a dovere. Poi c’è quel tocco gothic rock alla The Sisters of Mercy a mescolarsi con il resto su una liquida e dal sapore “dannato” Alright for Now. Arriva poi Dark Streets, punto focale di questa uscita, un pezzo capace di coniugare Katatonia, wave e certe cosucce alla Ulver in maniera a dir poco pregevole. Quando la notte chiama può decidere di usare questi suoni, difficile sottrarsi da tale potere seduttivo (questo è proprio uno di quei brani che ti torna in testa quando meno te lo aspetti).
Il percorso che conduce ai cupissimi 12 minuti finali
I passi di Night pungono senza fare troppo rumore prima di esplodere con energia dentro un altro momento cardine di tutto l’album (ponte e refrain che non si dimenticano). Shifting Baseline calca i ritmi prima di finire dentro un ritornello assolutamente profondo. Rainbirds attacca facendo breccia con una strofa alla Pink Floyd e ci consegna con salda quiete nelle mani della title track e dei suoi 12 minuti tanto opprimenti quanto efficaci, attenti nel darci il giusto saluto (proprio come il saluto di un fidato amico che sai non rivedrai per molto tempo).
Una volta finito The Longest Night ci troveremo in quello stato confusionale dove tutto l’insieme si è divertito a giocare con i nostri sentimenti, dove l’intento di cercare di eleggere qualche preferita risulta vano, inutile se vogliamo. Dischi così sono rari e vanno assaporati con la giusta attenzione e calma, con curiosità e la “voglia matta” di sprofondare dentro le sue nostalgie.
E così gli occhi scorrono magnetici su quella copertina. Su quell’unica finestra illuminata, su quell’unica persona sveglia quando tutti ancora dormono, magari dopo essersi “iniettato” i Nattradio e il loro The Longest Night per poter sconfiggere qualche demone personale. Cosa ci può essere di più vero o sincero?
Summary
Darkness Shall Rise Productions (2025)
Tracklist:
01. Shadow Speaker
02. Sketches from the Dark
03. Alright for Now
04. Dark Streets
05. Night
06. Shifting Baseline
07. All for You
08. Rainbirds
09. The Longest Night


