Die Krupps – III – Odyssey Of The Mind

Il vuoto interiore. Angoscia, frustrazione, indifferenza, una fastidiosa apatia. L’ansia di voler riempire tale voragine ormai incolmabile, il timore di non avere una personalità completa. Medicinali, alcool, droghe più o meno leggere nulla possono dinanzi a tale insormontabile desolazione.
Algide strumentazioni programmabili, cascate di cupissimi e annichilenti killer riffs, inenarrabili e pericolosissimi trip mentali… rinchiudetela pure dentro al recinto che preferite – musica industriale, distaccata esaltazione elettronica, dark, cyber o loser techno – personalmente preferisco consumarla sotto forma di emozioni necessariamente “disturbanti”.

Oggi rispondono all’appello i Die Krupps (abbassate quel braccio destro, luridissimi omofobi! ) band che non mi pento di definire fondamentale per un certo tipo di syntethic body movement. Autori, tra il 1993 e il 1997, di un trittico oltremodo coinvolgente. L’ingresso in formazione dell’ascia assaltatrice Lee Altus (Heathen, Exodus) ha difatti notevolmente impreziosito la componente “operaia” del combo tedesco. Un sound pieno, compatto, sognatore ma alienante allo stesso tempo, trascinante come non mai… la quintessenza della Metall Maschinen Musik!
Suggestioni inconfessabili? Malsani turbamenti? Ebbene si figliuoli, qui abbiamo tutti gli ingredienti che, negli anni successivi fino ad arrivare ai giorni nostri, hanno decretato il successo degli altrettanto mitici “sdoganatori” Rammstein (thanks again, mighty DDR! ).

Odyssey Of The Mind va letto come un concept, ma soprattutto vissuto come un’intensa seduta dal proprio psicoterapeuta di fiducia.
Corpo, anima e musica, tutto in soli 48 minuti, da ripetere ovviamente con una certa ossessività. La componente melodica e la ricerca del refrain vincente rimangono senza dubbio la colonna portante dell’ ormai ex fabbricato. Ma qui c’è qualcosa in più, un nocumento perlopiù inconscio che irrompe prepotentemente ad ogni ascolto, una specie di “normalissima follia” che soltanto il maestro Paulo Coelho potrebbe spiegare con tre semplici parole.

E son cazzi amari!

Lo capisco subito, quasi godendo della schiacciante sottomissione impostami dalla maestosa opener The Last Flood, facendomi inesorabilmente travolgere dagli isterici battiti cardiaci deflagrati della sempre attualissima Isolation.
Percussioni tribali spalancano le porte all’ orgasmatica title track, unico e probabilmente inarrivabile esempio di esperienza completamente totalizzante – I set my mind on something I would like to be, and I open up the door, there is so much to explore – aaahh, cos’altro chiedere da quest’insulsa esistenza?
Again and again… rieccomi pronto a gettare fiumi di pensieri schizofrenici sopra a Scent, probabilmente l’unica strinata in grado di resettarmi l’intera esistenza quanto l’ammaliante sguardo di un’incantevole fanciulla; o ancora sul lucidissimo esame di coscienza dettato dall’eletrizzante Jackill or Hyde, una severa punizione in grado di spiazzarmi totalmente, inchiodarmi contro il muro e farmi sentire totalmente incompreso, pure da me stesso?!
Un incontrollabile bisogno fisico mi costringe ad andare avanti, una sorta di viscerale dipendenza che, superato abbondantemente ogni livello di guardia, necessita di essere sfogata in qualche modo. Fortunatamente, il fido AK-47 è sempre al mio fianco, lucciante come non mai tra le ante di quel malandato armadio, fascistelli da quattro soldi abbondano per le fognose strade del mio paese… THIS IS THE FINAL OPTION, CHOOSE !!!
Spotting nervous breakdown ? Extremeties, dirt & various repressed emotions ?! In Alive trovo finalmente tutte le risposte che stavo cercando: passione, sofferenza, voglia di spiccare il volo. La strada è quella, bisogna solo trovare la forza per imboccarla.

Io ci sto disperatamente provando, giorno dopo giorno, e voi? Volete continuare a chiamarla semplicemente musica?

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Riassunto

Music For Nations (1995)

1 The Last Flood
2 Isolation
3 Odyssey Of The Mind
4 Eggshell
5 Scent
6 The Final Option
7 LCD
8 Jekyll Or Hide
9 Metalmorphosis
10 Alive