Winter Thrice: l’ambizione dei Borknagar incontra il peso delle aspettative
L’occasione della fuoriuscita del decimo studio album spinge i Borknagar ad ampliare i loro già vasti e creativi orizzonti musicali, sino ad arrivare a propendere per l’impensabile. Qualcosa che possa valere più delle solite “baracconate” usualmente estrapolate per qualche tipo di raccolta e stop. Non era stato sufficiente aver richiamato ICS Vortex in occasione di Urd senza di fatto aver mandato via nessuno (una vera e propria aggiunta). Si poteva pensare ancora più in grande, si poteva aggiungere anche la voce di Garm (ma sì, per l’occasione torniamo a chiamarlo come facevamo un tempo, direi che l’occasione è più unica che rara), seppur non in “pianta stabile”, ma comunque presente in maniera massiccia su ben due canzoni.
Certamente sarà un vero peccato constatare il mio voto posto a fine recensione (come una certa positività possa rappresentare in certi sensi anche “delusione”). Sì, perché Winter Thrice potrei definirlo senza troppi giri di parole “un quasi spreco”, viste le enormi aspettative che la formazione aveva accuratamente riposto sul piatto. D’altronde Urd stava lì a “parlare”, ad osservare guardingo – e dall’alto della sua bellezza – come un monolite. Cosa diamine sarebbe uscito fuori a questo nuovo giro. Ma devo ammettere che le emozioni partorite a questa tornata dai Borknagar sono (come sempre) comunque elevate. Un loro nuovo disco rimane pur sempre una rara e preziosa occasione, ancorata a prescindere a un altro modo di fare. Musica che la stragrande maggioranza delle persone vorrebbe saper costruire nella sua carriera prima o poi.
Quando le aspettative diventano un fardello creativo
Ed è proprio a causa degli elevati livelli raggiunti in passato che Winter Thrice finisce per pagare penitenza. Possiamo dire che il disco ci depone fra le mani alcune delle loro migliori composizioni di sempre, come le prime due in scaletta The Rhymes of the Mountain e la title track, ma allo stesso tempo riesce a raffreddare in qualche maniera gli entusiasmi con la doppietta When Chaos Calls ed Erodent. Due brani che, beninteso, ci farebbero leccare le dita sotto ben altri monicker, ma di certo non con loro, non con i pretesti formatisi a questo giro.
È così che vive Winter Thrice: un ascolto che ti fa toccare vertici assoluti per poi toglierteli misteriosamente di torno. Rimane difficile inquadrare un lavoro dei Borknagar: il loro saper essere “contorti” è diventato la loro fortuna. E la famosa asticella necessita di essere spostata sempre più in alto, giusto per non deludere chi ci aveva fatto sopra la “bocca buona”. E quindi fa un po’ male venire scalfiti da un’ombra di lieve delusione, sensazione che ti impedisce di volare su livelli più alti e goderecci.
Ma la negatività totale non può trovare fertilità all’interno di Winter Thrice. L’accuratezza con la quale i Borknagar intrecciano voci e chitarre è quella che appartiene ai maestri. Anche nei momenti definibili “meno entusiasmanti” vige sempre l’attenzione per la creazione e per il particolare, e non si può fare a meno di notarlo. Ci saranno sempre sperticati elogi per i tentativi di buttar giù una musica mai banale e super ricercata (la banale frase “le ciambelle non vengono tutte con il buco” mi capita a proposito). Quindi possono venire sempre premiati i norvegesi, anche a discapito di un risultato – in parte – meno soddisfacente del solito.
Il quartetto vocale che opera su Winter Thrice
L’imprevedibilità dei Borknagar diventa “prevedibile”: questo gioco di parole altamente squallido definisce al meglio la mia esperienza con Winter Thrice. Basterà pensare al quartetto di voci pronto a invadere le vostre stanze (Vintersorg, Lars A. Nedland, ICS Vortex e Garm, una sbornia totale) per provare assoluti spasmi di godimento. Quando tutto si materializza al meglio, non c’è proprio da richiedere di più. Così, oltre alle due bellissime perle citate in precedenza, troveremo brani da pelle d’oca come Cold Runs the River (maiuscola la prova di Vintersorg) e Panorama. Per non parlare del “candido” intermezzo Noctilucent (che ti si stampa in testa) e il successivo trionfo chiamato Terminus.
Emerge tutta la cura in sede di composizione da parte di Øystein Garnes Brun. I Borknagar rappresentano sempre quel cocktail emotivo unico, capace di passare dal black metal “bastardo” a quello più adulto, prima di intrufolarsi in ambienti epici e dai riflessi progressivo/sognanti. La classe rimane salda, inchiodata al suo posto. I risultati sono leggermente sottotono per come l’ho sentito io, ma – come sempre – esperienze ed aspettative varie cambieranno di molto (o molto poco) giudizi ed impressioni. Ovviamente, prima di esprimersi a dovere, bisognerà dare per scontato un alto numero di ascolti preventivi. L’immediatezza è diventata un termine che cozza decisamente con il monicker Borknagar.
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Summary
Century Media Records (2016)
Tracklist:
01. The Rhymes of the Mountain
02. Winter Thrice
03. Cold Runs the River
04. Panorama
05. When Chaos Calls
06. Erodent
07. Noctilucent
08. Terminus


