Alestorm – Seventh Rum of a Seventh Rum

Seventh Rum of a Seventh Rum vede il vascello Alestorm virare con decisione verso il passato e consegna ai propri fans ciò che più bramavano.

Scoperchiato il tesoro di Curse of the Crystal Coconut è tempo di tornare verso un porto sicuro per la goliardica band. Non che ci fossimo allontanati poi molto a dire il vero, ma di cerco possiamo affermare con una certa sicurezza di essere tornati su lidi più metallici, epici e “fieri”.

Potevamo aspettarci una cosa del genere? Beh, con loro è meglio non dare mai niente per scontato e comunque i brani “evasivi” sono sempre presenti, solo meglio camuffati con il resto rispetto a prima.

Il disco precedente in fondo è invecchiato bene dentro di me e la semplicità, il tiro, con il ritorno di una ferrea epicità non può che essere premiato se sposato a dovere con un songwriting accettabile e frizzante.

Insomma, settimo capitolo ed una formazione che funziona da anni ed è stata brava nel consolidarsi. Potevano sbagliare il classico rigore a porta vuota, ma così non è stato, perché Seventh Rum of a Seventh Rum è un album assolutamente godibile da cima a fondo. Si, sembra in parte di essere tornati ai tempi di Black Sails at Midnight o Back Through Time per una buona ventata di aria piratesca che mancava così “salda” ed acre da un po’.

Gli Alestorm ci colpiscono in apertura con tre pezzi uno migliore dell’altro: Magellan’s Expedition, The Battle of Cape Fear River e Cannonball (solo loro possono farti canticchiare con allegria un ritornello che fa: “Yo-ho, stick a cannonball up your cunt Yo-ho, put your dick in a blender“), intrigano, interagiscono e colpiscono con piglio, in scia ad una brillantezza asciutta e spiccata, quella che ti fa saltare sul primo veliero disponibile in direzione di strambe avventure.

Il lato solido della musica Alestorm viene poi suggellato da altri pezzi come la cavalcata Under Blackened Banners, da Magyarorszag (anche se a conti fatti è un’esposizione turistica verso l’Ungheria con un ritornello in ungherese che ogni volta mi fa morire, per me una delle migliori di questo disco), da una corale title track e dalla successiva Bite the Hook Hand that Feeds. Ma poi, in fondo anche la terza folle parte di Wooden Leg (che riprende esattamente le caratteristiche, le lingue adoperate e le melodie già note facendoci cantare come non mai) dice la sua, giustificando con fatti e brillantezza la sua nuova intrusione.

La leggerezza a questo giro arriva con P.A.R.T.Y. (per niente oscena), la pungente Return to Tortuga (anche qui melodie che tornano riadattate, e un tentativo di far scendere una certa pastiglia meglio rispetto al passato) e un esercizio tutto sommato innocuo dal nome di Come to Brazil.

Se la vita è per voi troppo depressa gli Alestorm sono ancora oggi la medicina giusta. A questo giro unificano pure i propri intenti con i desideri di un pur sempre nutrito seguito. Seventh Rum of a Seventh Rum è forse quanto di meglio si possa chiedere oggi ad una band che è solita navigare accanto le stesse identiche coordinate da quando è nata.

Gli Alestorm ritornano con spavalderia a cavalcare onde di una certa grandezza, ottimo!

70%

Summary

Napalm Records (2022)

Tracklist:

01. Magellan’s Expedition
02. The Battle Of Cape Fear River
03. Cannonball
04. P.A.R.T.Y.
05. Under Blackened Banners
06. Magyarorszag
07. Seventh Rum Of A Seventh Rum
08. Bite The Hook Hand That Feeds
09. Return To Tortuga
10. Come To Brazil
11. Wooden Leg (Part III)