Warknife – Amorphous

Mi piacciono i Warknife, mi piacciono in primis perché ti colpiscono con un sound pulsante ed avvolgente, un po come andava in voga negli anni 90. L’unica differenza è che […]

Mi piacciono i Warknife, mi piacciono in primis perché ti colpiscono con un sound pulsante ed avvolgente, un po come andava in voga negli anni 90. L’unica differenza è che qui viene tutto attualizzato, introdotto, tramite un songwriting “plasmato” e poliedrico. Si percepisce chiaramente l’obiettivo di “esplorazione” intrapreso dalla band, il fatto di come stiano “cercando qualcosa” tramite la propria musica, e su come questa esplorazione stia ancora muovendo i primi passi, ma i piedi sono saldamente piantati a terra (bisognosi di ancor più sicurezza forse) e pensano ad eseguire basi sicure, solide come granito. L’occhio invece parrebbe già guardare altrove, ma ovviamente è ancora presto per dire dove punterà lo sguardo.

Produzione curata ma mai eccessivamente invadente (come un protagonista che sa farsi da parte per favorire l’insieme), gli strumenti invece fluiscono che è un piacere (vi troverete a seguire  con attenzione e fluidità ora un dato riff, ora qualche interessante giro di basso) andando a “snellire” laddove necessario delle canzoni che potrebbero risultare molto più difficili se guardate esternamente con “carte alla mano”. Così i tre quarti d’ora di durata passano realmente in fretta (ogni volta ho come la sensazione che l’album duri appena una mezz’oretta) lasciandoci addosso anche una discreta fame/voglia di continuare che effetti negativi mai non comporta.

Che la strada intrapresa è quella giusta lo capisci quando arrivi al fatidico momento di dover “centrare” la formazione in un dato genere, per la testa ti passano svariate cose e definizioni ma mai una che arrivi a descriverne l’esattezza, quello che effettivamente alla fine suonano (se vogliamo fare i pignoli c’è: Metal). Io sono per il Death Thrash tecnico dai risvolti post blablabla, ma penso che ognuno ci possa sentire sopra un qualcosa di famigliare in base alle proprie esperienze d’ascoltatore. Venitemi incontro, non voglio di certo asserire di essere di fronte alla fantastica creazione di un nuovo mirabolante genere musicale, però i ragazzi usano in primis bene il cervello, poi sopra le ingegnose idee ci applicano su giuste dosi di forza e impatto, i brani diventano così percorsi mai statici e ricchi di “cambi situazione” repentini.

Sul risultato d’insieme (dove davvero ognuno fa quel qualcosa per “la causa”) spicca senza dubbio il cantato di Marco Landolfo, il suo registro è vario e terribilmente efficace, a volte sembra “controllarsi”, sembra quasi voler smorzare l’impatto per favorire una sorta di ricerca speciale, qualcosa che ti porta a staccarti dai classici retaggi strumentali. Diciamo che l’operazione “elevazione” in questo caso è stata eseguita in maniera a me congeniale e non posso fare a meno di sottolinearvelo.

E più gira, più ingrana Amorphous, piano piano ogni tassello finisce per piacerti per questo o quel momento particolare, poi da lì ti ritrovi a partire a ritroso in una sorta di attenta esplorazione, e più lo sezioni più ti piace. All’inizio avevo anche io la mia preferita, quella che spiccava sul resto, ma poi questa caratteristica ha fatto si che tutto si allineasse in maniera bilanciata. Ora non importa se sia The Infected Enigma, A Bleeding Sunset o A Veil Fragments (the dust of memories!!) piuttosto che Hateseed (troveremo sul disco spunti sparsi alla Opeth, qui in maniera particolare), Ill Becomes Order (la “famosa” preferita iniziale, le sue ripartenze non possono far altro che “smuovere”) o l’eclettica Shining Phoenix (l’ingresso vocale regala grandi emozioni), tutto alla fine diventa una cosa sola, una fonte dalla quale abbeverarsi se ci piacciono le cose poco scontate (ma non per questo esageratamente complicate, si potrebbe dire come i Warknife mettano il “senso” prima della tecnica).

Amorphous è un piccolo gioiello da andare a scoprire (la confezione curata dalla Memorial Records tra le cose gli rende completa giustizia), perché non tutto si è ancora “fottuto” nel nostro Bel Paese.

“Signori…avevate la mia curiosità……ora avete la mia attenzione”

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