Vader – Welcome to the Morbid Reich

Una copertina che fa presagire un ritorno ai tempi passati, un suono che resta vagamente sul melodico con una produzione asciutta come da tradizione . Insomma, niente di nuovo per […]

Una copertina che fa presagire un ritorno ai tempi passati, un suono che resta vagamente sul melodico con una produzione asciutta come da tradizione . Insomma, niente di nuovo per i polacchi Vader anno 2011, Welcome to the Morbid Reich porta avanti dignitosamente -ma senza sobbalzi- una carriera importante, una carriera che prosegue grazie al mestiere del leader di sempre Peter Wiwczarek, il suo riffing inquieto e il suo vocione roco e pieno di “catrame” sono ancora oggi caratteristiche che fanno la differenza in meglio salvando la baracca da rovinose quanto esagerate cadute di stile. I loro ultimi dischi faranno forse fatica nel rimanere impressi in testa in maniera convincente, questo non è di certo più un segreto, a seconda di quanto si amano i loro lavori meglio riusciti si apprezzeranno o meno i capitoli definibili come “fiacchi”. Da questo punto di vista Welcome to the Morbid Reich non fa la minima eccezione, qualche brano meglio di altri (Return to the Morbid Reich, The Black Eye e Decapitated Saints su tutti) e tanta ma tanta convenzionalità a colorare al meglio lo sfondo. Se delusioni non arrivano da voce e riffing, i problemi maggiori si possono trovare nell’uso esagerato di assoli troppo melodiosi  e molte volte fuori posto (almeno è quello che ho avvertito io a questo giro), tutto va bene quando c’è l’ispirazione, ma certe esagerazioni “classiche” smorzano malamente l’impatto profuso con l’acerrimo impegno.

Intendiamoci bene, è sempre bello farsi trasportare dal loro suono trita-ossa (non vorrei essere in qualche modo frainteso spacciando questo disco come esageratamente melodico, la melodia c’è ma è pur sempre un disco Vader) e da quelle strofe furiose e gonfie di rabbia, buone canzoni come Come and See My Sacrifice, I Had a Dream e Lord Of Thorns (quest’ultima nettamente la migliore di questo terzetto) fanno pendere l’asticella verso una conclusiva e tutto sommato positiva linea. I Vader nonostante tutto riescono ancora a confezionare brani in primis “carichi” e in grado di catalizzare la giusta e “mai sacra” attenzione. Oltre alle esaltanti strofe di Return to the Morbid Reich e The Black Eye con Decapitated Sants consegnano alla loro storia una nuova scheggia sonora impazzita in pieno “Vader style” (alla fine risulterà come mio brano preferito).  Non è nemmeno malvagio il lento finale “epico” melodico a nome Black Velvet and Skulls of Steel, dove le chitarre (senza far nulla di trascendentale) si fanno volere bene a loro modo.

Welcome to the Morbid Reich è un lavoro strano, per il quale esibirei il famoso detto “nè carne nè pesce”. La soluzione di dare una bocciatura inizialmente mi solleticava, ma dopo un poco di lavoro sopra ho capito che era più giusto rimanere su una comunque striminzita sufficienza (confermata anche adesso a distanza dal grosso di questo scritto). Mai come in questo caso il fatto di amarli/sopportarli tanto o poco influirà nel successo del tutto. Io lo comprerò non appena possibile (alla voce “offerte”), ma a solo scopo collezionistico.

La produzione ovviamente rende omaggio al tutto, voce, chitarre e batteria si “sentono” ed emergono perfettamente nella loro piena potenza, l’unico rammarico è che potevano essere “incollate” tra di loro un pochino meglio visto che a volte sembra mancare qualcosa (ma questo è un problema che bene o male è sempre esistito nella loro musica e fa parte della loro personalità, solo che quando le cose vanno meno bene del solito lo si percepisce in misura amplificata) lasciando quel vago senso di vuoto ad orbitare nell’etere.

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