Vader – Tibi Et Igni

Anno 2014. Disco numero dodici (lo dicono loro). Polonia. Vader. Niente è cambiato. Positivi segnali dal regno degli inferi, nuove fiamme di buon auspicio introdotte magistralmente dal solito artwork di […]

Anno 2014. Disco numero dodici (lo dicono loro). Polonia. Vader. Niente è cambiato.

Positivi segnali dal regno degli inferi, nuove fiamme di buon auspicio introdotte magistralmente dal solito artwork di Joe Petagno (non me ne stancherò mai, no-no-no) fanno da sfondo ad nuova ottima prova dal “regno” Vader. Ormai è troppo tardi per cambiare qualcosa su un qualcosa che ha avuto comunque il suo brillante palcoscenico passato, meglio dunque affilare le armi nella migliore maniera possibile e cercare di accontentare il maggior numero di seguaci in circolazione (se non vi va bene tutto questo avreste dovuto “mollarli” già da diverso tempo). Parliamo sinceramente, di miracoli dai Polacchi non ne aspettiamo più (l’ultimo per quanto mi riguarda è da cercarsi nell’ormai lontano anno 2000) però la curiosità di vedere quanto bene stia proseguendo la loro strada c’è, e così tra alti e bassi s’è fatto il 2014 (precedentemente nel 2011 Welcome to the Morbid Reich aveva entusiasmato parecchi -ma non me- c’è da dire) ed è giunto il momento di Tibi Et Igni, un disco di sostanza, il mio loro preferito da lungo tempo a questa parte.

La produzione fornisce l’essenziale e primario impatto iniziale al quale non ci si può affatto sottrarre (enorme pregio per quanto mi riguarda), un autentico rullo compressore in grado di non arrestarsi/incepparsi, o annoiare mai, nemmeno quando i tempi rallentano bruscamente (presenti ma non definibili come “eccessivi”) o si fanno in qualche modo più “epici” (le virgolette quando si accosta tal parola al mondo Vader sono sempre d’obbligo) come testimoniano brani quali Hexenkessel (quel riff butta giù tutto!), The Eye of the Abyss o The End. E’ dunque un efficace quanto genuino “impatto” a dominare l’opera, il sound azzeccato che ben si sposa con le loro tipiche “scudisciate”, le rende per quanto possibile “reali” e quindi in qualche modo più vicine a noi, in pratica si vive l’album in maniera migliore e viscerale, una cosa questa assolutamente non da poco come “solo” punto di partenza.
Il resto vien da sé una volta raggiunto questo obiettivo primario, tutte e dieci le canzoni si abbeverano da questo suono e vengono sputate fuori in maniera diretta,  la forza non sta tanto nel songwriting (non fraintendetemi però, quello c’è) ma nel “come” ogni singolo momento viene a noi, di come ogni strumento appaia chiaro, cristallino, senza snaturare o spargere invano la più piccola particella, rimane tutto attorno a noi ad orbitare in maniera fissa, ogni riff “lo percepiamo” (dal migliore a quello magari meno riuscito) ogni piccola parte di batteria di rimando la viviamo in maniera esaltante (prova solida, sminuzza bene il tutto spezzando perfettamente la canzone di turno quando richiesto) e tutte le parti vocali di Peter diventano discreti tormenti interiori. Ed è proprio lui a stupire, perché è incredibile constatare come il suo marchio di fabbrica roco e smorzato riesca ancora oggi ad offrire grandi cose e rinnovate sensazioni. Questa volta vorrei farvi riporre attenzione sulle strofe, alle loro tipiche “furenti” strofe che si formano magistralmente nel miscuglio sonoro apportato dall’unione di chitarre, batteria e voce, diventeranno tutte da “coccolare” vedrete.
Non so quali saranno per voi, ma mi tocca parlarvi di due -miei-  momenti “particolari” , quelli che riescono a sopravvivere e quindi spiccare su tutta la carneficina messa in scena (i minuti totali saranno 42), mi riferisco nello specifico a Triumph of Death con il suo “to the grave, to the grave” e alla conclusiva The End con quella sorta di avviso posto al termine “this is not the end, not the end now!“; sono piccole soddisfazioni che solo chi ascolta questo tipo di musica (ehi! non ho ancora nominato le parole Death Metal) potrà recepire a dovere.

Anche i solos su Tibi Et Igni funzionano meglio (qualcuno continua a darmi l’idea di essere “incollato a forza”, come se fosse “intrusivo”), più come schegge impazzite e meno fautori di melodia diciamo. L’incedere del disco è davvero importante e si farà fatica a rintracciare qualche momento “di svago”, solo pura concentrazione sul pezzo e via. Ma quando mi inizi un disco con Go to Hell, lo prosegui con una Where Angels Weep (mi viene in mente solo “perfezione” per definirla) e lo chiudi poi con The End (cosa non è il main riff? vertebre a forte rischio e dimostrazione di come certa semplicità paghi sempre) hai già la tua mezza ossatura bella che pronta. Nel mezzo non bisogna certo dimenticare le varie Armada On Fire , Triumph of Death , Abandon All Hope e The Light Reaper per non parlare del diabolico anthem di sei e passa minuti di The Eye of the Abyss (come risultare “atipici” ma allo stesso tempo se stessi durante lo stesso brano).

 

Non avete mai smesso di seguirli? Oppure li avete mollati per strada qualche tempo fa? Per entrambi i casi Tibi Et Igni dovrebbe rappresentare una sorta di “paese dei balocchi” (magari giusto una versione un pelino più infernale).

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