The Whorehouse Massacre – Altar of the Goat Skull/VI

Tempo di staccare la spina, arrivano i The Whorehouse Massacre. Loschi feticismi dal Canada in onda dall’ormai distante 2005, da lì in poi solo costante ed umida esalazione, quasi impercettibile […]

Tempo di staccare la spina, arrivano i The Whorehouse Massacre.

Loschi feticismi dal Canada in onda dall’ormai distante 2005, da lì in poi solo costante ed umida esalazione, quasi impercettibile ma pur sempre viva là sotto, oltre quella patina che divide le produzioni “che contano” da quelle esclusivamente underground. Ed è proprio nella melma insondabile che resta ancora oggi la musica di questo duo, a questo giro però niente di nuovo, si tratta della ristampa degli ultimi due ep (intitolati VI. e Altar of the Goat Skull, entrambi usciti nel 2013) a cura della Transcending Obscurity (per il nuovo disco ci sarà tempo) niente più di un rinnovato banchetto fatto di amenità, nuova occasione per conoscere o recuperare l’operato di questa lurida e “soporifera” creatura.

Sound impastato, chitarre poste a bollire (in pentole incrostate) su tonalità basse e putrescenti, i The Whorehouse Massacre suonano uno sludge/doom efferato e tagliente, chiaramente “colpevole” e imputabile d’ogni possibile oscuro crimine. Immaginate fetidi sfondi in breve ripetizione (“flash sonori”), scenari dominati da fango e sangue (mi viene in mente Sewer Dreams più di altre come esempio perfetto) dove ogni genere di sporcizia è sparso per il terreno, la nostra presenza è lì, pochi secondi dopo l’atto criminale di turno, l’odore di marcio e di morte ancora respirabili nell’aria. Lasciate le belle forme altrove, questi due ep non hanno niente d’avvicinabile al termine “elegante”, lenti passi scanditi, le suole delle scarpe pronte ad incollarsi al terreno ad ogni nuovo faticoso passo. La pesantezza si accumula e solo la follia potrà farci godere di riffs testardamente grassi e delle loro continue/nauseabonde colate.

Un sound distorto, proveniente dal “sotto”, da quella cantina di cui molto probabilmente ignoravate l’esistenza. L’umore, l’odore non cambiano mai, i due ep fanno comunella nel cercare di rendere la nostra vita il più schifosa possibile (riuscendoci, e ovviamente qui ci sta bene un “de gustibus..”). I The Whorehouse Massacre ci trattengono lì, non mutano il loro approccio procurando tutte le reazioni del caso (così, se “amore” sarà, lo capirete al volo con l’aggancio di Indignation , non siamo ai confini del death doom, qui vige materia ben più primordiale), disturbano, infangano, schiamazzano gutturalmente nel microfono per suggellare la più “scorretta” delle unioni.

13 pezzi (comprese strumentali e una cover degli Sloth) per tre quarti d’ora esatti di supplizio. Brandelli di carne pronti a staccarsi volontariamente con il procedere della tracklist, rudimenti ed essenzialità alla base. Fare figli e figliastri qui dentro avrebbe poco senso, Altar of the Goat Skull/VI va preso per intero e in automatico ciò che dovrà risaltare si manifesterà, mentre il doveroso “assopimento” -in veste di silenziosa controparte- svolgerà il suo ruolo oscuro e d’ornamento.

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