Suicidal Tendencies – 13

“Ai tempi del tour coi Metallica negli Stati Uniti, migliaia di persone pensavano che il nostro grande momento fosse arrivato. Io dico invece che eravamo nel posto sbagliato al momento […]

“Ai tempi del tour coi Metallica negli Stati Uniti, migliaia di persone pensavano che il nostro grande momento fosse arrivato. Io dico invece che eravamo nel posto sbagliato al momento sbagliato. Alla fine di ogni esibizione mi ritrovavo circondato da quel genere di personaggi che cercavo di evitare alle scuole superiori. Non bevo, non ho mai fatto nessun uso di droga, non mi piace discutere con gente ubriaca che urla frasi senza senso. Fuck! Non è questo il mondo in cui voglio vivere. Non voglio che i Suicidal Tendencies siano una scusa affinchè la gente agisca in modo stupido”.
Impopolari frasi recentemente pronunciate da Mike Muir, che suonano davvero come musica per le mie orecchie!
Se poi, a tale intollerante rigurgito, andiamo ad aggiungere la principale prerogativa di ogni grande band che si rispetti, ovvero la completa estraneità a qualsiasi tipo di etichettatura sia dal punto di vista scenico / estetico (eh, lo so… purtroppo in certi ambienti l’abito fa ancora il monaco) che musicale (calza a pennello il paragone con un altra band spesso dimenticata, i Voivod) non è certo difficile capire il motivo per cui, in questi trent’anni, gli skaters califoniani abbiano raccolto meno di quanto davvero meritassero. Schifosi menefreghisti (I Shot Reagan) per essere amati dai metalheads, fottuti traditori (Pladge Your Allegiance) per i punkers, fuori di testa (Send Me Your Money) un po’ per tutti!
Ammetto di essere anch’io caduto in un certo vicious circle, ed aver snobbato la band per tanti, troppi anni. Ma fortunatamente in questa vita c’è sempre tempo per imparare a colmare alcune lacune, e così, nel giro di pochi mesi, i ragazzotti di Venice si sono resi protagonisti di un’ esaltante escalation nelle mie preferenze personali, merito soprattutto di una certa freschezza compositiva che – cosa più unica che rara – mi fa apprezzare praticamente ogni album della loro discografia.

Ed ecco quindi 13, l’ennesima piacevole conferma.
La band, che vede ormai in pianta stabile nella propria line-up gli amici Infectious Grooves a curarsi della sezione ritmica, parte subito forte con una bella tripletta da schiaffi in faccia: Shake It Out, Smash It, This Ain’t A Celebration – pezzo che diventerà sicuramente un classico – scorrono (… e scuotono!) via che è un piacere. Ma il bello deve ancora venire.
Toglietevi quindi gli anfibi, le Converse o le Etnies, e godetevi l’intimità, il relax che si assapora su God Only Knows Who I Am, pezzone strappamutande decisamente improntato sul rock alternativo californiano. Un buon punto d’incontro tra Primus, Red Hot Chili Peppers e Jane’s Addiction, insomma.
Come da copione, il filo conduttore che lega e tiene unite influenze apparentemente poco compatibili, è da ricercare nell’irriverente attitudine made in Muir, personaggio da sempre noto – oltre per una certa loquacità – anche per un timbro di voce del tutto particolare (Join The Army… Who’s Afraid ?) che sposa perfettamente le pungenti e sempre personali tematiche trattate.
E’ un disco che sale con gli ascolti, questo 13. Improvvisazioni jazz funk, riff stoppati, momenti carichi di groove ed ossessività ( il riff portante di Slam City puzza tremendamente Black Sabbath! ) si alternano con disarmante semplicità, fino ad arrivare al sorprendente finale blueseggiante di This World.
Rilevante la prova tecnica della band, specialmente per quanto riguarda i vari assoli, davvero una spanna avanti rispetto a molti colleghi multimiliardari.
La produzione è sicuramente attuale, ma fortunatamente estranea al mondo Roadrunner / Nuclear Blast: nessun charleston triggerato o grancasse in pvc che “spaccano” (… i maroni!) ormai da parecchi lustri. Certo, dal punto di vista del mixaggio si poteva fare qualcosa in più (alle volte ci si accorge di quanto la parte ritmica tenda quasi a… nascondersi) ma, in generale, il livello complessivo dell’album è talmente alto che si può tranquillamente mandare tutto in soffitta.

Probabilmente qualcuno si starà chiedendo il motivo per cui preferire questi “pensionati” rispetto alle rivoluzionarie (?!?) metal-fake-bluff-core bands di turno. La risposta è presto detta: I Grandi scrivono la storia, gli altri la studiano.

Alexander Il'ič Ul'janov

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