Words of Farewell – The Black Wild Yonder

Se avessi scritto questa recensione dopo i primi ascolti avrei dato una sonora bocciatura a questa seconda fatica dei Tedeschi Words of Farewell. Li vedevo sterili, inconcludenti, troppo “spigolosi” e […]

Se avessi scritto questa recensione dopo i primi ascolti avrei dato una sonora bocciatura a questa seconda fatica dei Tedeschi Words of Farewell. Li vedevo sterili, inconcludenti, troppo “spigolosi” e macchinosi nel loro fare, freddi nel feeling che arrivava solamente di tanto in tanto e senza procurare alcun clamore. Poi ho avuto altro da fare, altro a cui pensare, e ho così deciso di lasciarli li a “mantecare” a tempo indeterminato, passatone un po, armato di voglia (perché a questo punto è quella che mi ci voleva per ricominciare un nuovo ascolto) li ho ripresi in considerazione e le cose a questo nuovo “round” sono andate verso una direzione diciamo più “giusta”.

Che fossero un qualche miscuglio tra Omnium Gatherum, Dark Tranquillity, Soilwork e reminiscenze Metalcore lo avevo già intuito prima, non avevo però capito di come certa “colla” richieda più tempo per lavorare ed integrarsi al meglio, questo è esattamente il caso di The Black Wild Yonder, disco che non arriva comunque a toccare certi livelli vertiginosi di “statura”, ma che riesce a questo punto a salvarsi in maniera più che dignitosa, forte com’è di alcuni brani veramente toccanti ed abrasivi. Forse questo “arrivare dopo” è dato proprio dalla loro provenienza, perché diventa sempre un rischio maneggiare la “melodia nordica”, riuscirla a farla propria per qualcuno proveniente da altre Nazioni, puoi ascoltare musica o studiarla quanto vuoi ma certe cose restano incollate solo al tuo dna, sono innate, e mi puoi anche fare un grande lavoro in “dato stile” ma l’origine del tutto non la potrai mai catturare in maniera completa. Questa comunque non è cosa del tutto negativa, più cerchi di personalizzare la tua musica (anche quando ti ispiri a qualcuno), meglio è, e sotto sotto i Words of Farewell ci provano riuscendoci, solo che la corazza protettiva è un pochino difficile da scalfire, o almeno un pochino più del solito ecco.

La produzione tiene un po sigillate le cose, poteva contribuire ad un maggior grado “d’apertura” (una cosa che i brani tentano sempre e comunque di dare), invece cerca di non far spiccare  troppo il volo ai sensi, credo sia un tentativo di voler far rimanere ancorati ad una certa brutalità-d’impatto (avvalorata dalla direzione vocale che non tocca in nessun modo tonalità pulite e melodiche). La voce di Alexander Otto non cerca mai la soluzione “easy”, scava perennemente lungo tutto l’album, interpreta ogni strofa ed ogni refrain con la massima accuratezza (direi quasi come se ne recitasse sempre l’ultima) andando contro le normali leggi che un disco Melodic Death Metal dovrebbe avere, alla fine è anche grazie a questo se The Black Wild Yonder diventa un piccolo-grande macigno, c’è un incredibile e perenne dualismo fra quello che la musica vuole dare e quello che invece riesce a tenere stretto a se. Il problema più grosso lo si registra alla fine, arriviamo appesantiti alle ultime songs, troppo “carichi” perché già tanto è stato dato, ed avverti benissimo come anche le ultime siano canzoni che meritano la giusta attenzione, ma proprio a causa di certe scelte arrivi al termine “sfinito”, ci vuole dunque una costanza non comune nell’affrontarlo, si dice sempre di attendere un dato disco il tempo necessario, in questo caso “quel tempo” bisogna certamente moltiplicarlo.

I nostri decidono di cominciare con un brano di “passaggio” come Continuum Shift per passare all’immediatezza subito dopo tramite Telltale Notion, è da sottolineare poi l’operato delle tastiere che agisce come velo costante ma perennemente sullo sfondo, mettono sempre il loro prezioso zampino e si lasciano ammirare senza invadere ne intaccare qualità come impatto ed incedere. Per In Kingdoms of Rain mi siedo composto e venero senza sosta, il suo ritornello riesce ad immobilizzare tutto in totale malinconia. Damaged Beyond Repair e The Outer Rim sembrano direttamente sottratte dal taccuino degli Omnium Gatherum, se la cosa non vi infastidisce troppo ne godrete di sicuro. Ritmiche intuitivamente “moderne” modellano una Beauty in Passing che porta tramite i suoi riffs e refrain rispettivamente sentori di Dark Tranquillity ed In Flames nell’aria. Temporary Loss of Reason è il brano col quale giocano di più con loro stessi (compiacendosi), da questo momento sino alla fine avremo anche la tendenza a ruotare su controllo e dilatazione generali. Così è l’attacco “strappalacrime” di Antibiosis a trasportarci lungo una disconnessione prima dell’avvento di un indovinato ritornello. Con Luminary Ghost mi preme raccomandare l’ultimo passaggio (strofa-ending) veramente intenso, Riven intanto ci prende la manina mentre con l’altra “scava” un silenzioso percorso verso un nuovo ipotetico mondo.

Una cosa è certa, The Black Wild Yonder è un disco anno 2014 sul quale  “passare” se il Melodic Death Metal è uno dei nostri pani quotidiani.

About Duke "Selfish" Fog