Woest – La fin de l’ère sauvage

Il black metal industriale in Francia è sempre venuto fuori bene tanto da riuscire a creare una sorta di oscura tradizione nel corso degli anni. Certamente il calo di interesse […]

Il black metal industriale in Francia è sempre venuto fuori bene tanto da riuscire a creare una sorta di oscura tradizione nel corso degli anni. Certamente il calo di interesse nei confronti del genere ha rallentato un fenomeno ben codificato e sviluppato, ma non ha frenato, impedito ai pochi rimasti di poter continuare ad “occultare” quella voglia malsana che anima fin dal principio chi si butta con forza e criterio dentro un campo fatto di “lamiere, malattia e fognature”. Ben vengano dunque formazioni come i Woest, formazioni in grado di dire già la loro dentro tale dimensione di nicchia, per nulla intimoriti da chi li ha preceduti e pronti a ristabilire, a rinsaldare quel filo sempre più sparpagliato da chi invece ha sciaguratamente fallito.

La fin de l’ère sauvage non cerca quindi di riscrivere un genere (certamente fioccheranno diversi nomi durante l’ascolto, francesi e non, grandi e “piccoli”), ma riesce nel limite delle possibilità a creare una sorta di mantra abile nell’esprimere qualcosa di suo. I grandi mezzi, le grandi produzioni non sono loro ancora concesse e questo di fatto limita quel senso d’arida devastazione che di solito rappresenta il fiore all’occhiello della corrente musicale chiamata all’attenzione. Ma se sapremo soprassedere a ciò, ci ritroveremo fra le dita un senso di “malessere onorevole”, capace di muoversi con abilità attraverso un songwriting studiato ad hoc e assoggettato al trasporto, ma soprattutto deciso nell’offrire ben pochi segnali di “ripetizione” all’interno della singola opera (cosa che rende La fin de l’ère sauvage molto appetibile).

I Woest lavorano sui rallentamenti e se la predono comoda, operano talvolta sul “sinfonico rarefatto” e su sensibilità ora impastate, ora declamate/recitate, atte a generare un calderone in continua e persuasiva ebollizione. Non si nascondono però dietro al caos, anzi il lavoro che sta alla base appare sotto certi aspetti troppo ordinato (cosa che potrebbe non convincete tutti) ma ben infilzato dentro quelle tonalità richieste a gran voce, una sorta di forte eco magnetico proveniente dalla pregiata/illimitata fonte di riferimento.

I Woest sono adatti al devoto pubblico dei vari Mysticum, Dødheimsgard, Aborym, Diabolicum, e Reverence, Blacklodge, Alien Deviant Circus per restare “a casa loro”, sono certo che all’interno di La fin de l’ère sauvage i suddetti troveranno buon cibo per le loro taglienti ed esigenti lame.

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