Without God – Circus of Freaks

Passano gli anni ma la Solitude Productions non smette più di sfornare perle prelibate per gli amanti dell’essenza doom metal (Circus of Freaks uscì nel Dicembre 2014, che peccato non […]

Passano gli anni ma la Solitude Productions non smette più di sfornare perle prelibate per gli amanti dell’essenza doom metal (Circus of Freaks uscì nel Dicembre 2014, che peccato non averlo ascoltato prima, sarebbe divenuto “hot noize” per certo). Sembra quasi che l’etichetta abbia rappresentato per la propria terra una sorta di “spinta”, dando le giuste motivazioni alle band. Ed è così che si arriva a questi a dir poco meravigliosi Without God, formatisi nel 2008 e giunti con il qui protagonista Circus of Freaks al secondo full-lenght in carriera. Il lavoro è davvero di livello smisurato per quanto mi riguarda, si fa in scioltezza carico di una pericolosa ora di durata senza mai mostrare cedimenti o sbadigli di sorta, sciorina così una tracklist “invadente” ma di sicura presa, dove i brani diventano indiscussi leader, magnetici protagonisti (l’attenzione andrà tutta sul brano “on-air”, la qualità è davvero “mostruosa”).

Ma se devo dirvela tutta l’iniziale title track resta -a mente fredda- la mia preferita, cioè, mi è impossibile non adorarla, non esultare come una qualche sorta di dannata bestia al solo udirne l’attacco. I Without God riescono a cucire ed indossare un vestito in grado di unire in quantità perfettamente uguali l’anima dei Paradise Lost con quella di Cathedral e un’acidità sabbiosa tipicamente alla Kyuss. Insomma, ascoltatevi la title track e capirete come ciò può realmente sussistere.

Ma i Without God non si fermano di certo a quella, Circus of Freaks non è quel tipo di album “evanescente” che parte bene e finisce in malo modo, in calando, lo capiremo subito con l’ingresso della “tormentosa” Where the Sun Doesn’t Shine (diamine che bello il riff d’apertura) e poi ancora ed ancora con Mushroom Man e Flood, brani che dichiareranno indiscutibilmente come “reali” tratti non comuni come ispirazione ed intensità.

Difficile omettere anche il rituale slabbrato di Everything Decays (dove emergeranno gli aspetti primordiali alla Black Sabbath), la rapida e perforante Fear, la seguente Helter Skelter (otto pesantissimi minuti) e l’ultima ben scolpita Good Evil.

La produzione penetra mentre gli strumenti lasciano emergere senza fatica la perfetta prestazione vocale di Anton, un mix di rude quanto sporca grazia goduriosa (difficile dimenticarlo). Non ci rimane che aggiungere la nostra presenza a quella “mostruosa processione al neon” di copertina, anch’essa un qualcosa da non poter dimenticare facilmente.

Without God: “polvere, fumo, rituali, sabbia e strani mostri“.

About Duke "Selfish" Fog