Winterfylleth – The Divination of Antiquity

A due anni dal precedente The Threnody of Triumph fanno ritorno gli Inglesi Winterfylleth per il loro quarto studio album. I nostri mantengono inalterate le loro caratteristiche, ma al contempo […]

A due anni dal precedente The Threnody of Triumph fanno ritorno gli Inglesi Winterfylleth per il loro quarto studio album. I nostri mantengono inalterate le loro caratteristiche, ma al contempo cercano l’ampliamento (o meglio, cercano di far respirare la manovra), un tentativo di stendere quel suono storicamente “chiuso”, blindato dentro un sicuro e melodico riffing. Tale operazione non si compie solo per gradi eterei, ma pensa anche a distribuire ampie dosi d’inquietudine, un modo di operare che certamente “azzoppa” (almeno inizialmente) la loro usuale sinuosità. Il nuovo The Divination of Antiquity si offre così a diverse interpretazioni, l’ampio respiro messo in atto potrebbe far distendere più di un sbadiglio a qualcuno (e io alla fine mi metto proprio in questo gruppetto) ma non tutto giunge per far disperare, la partita con il disco resta aperta per l’appunto, appesa stranamente nell’incertezza fra ciò che risulta maestoso e ciò che invece raffredda esageratamente le sensazioni.

Ma alla fine non si può che arrivare e parlarne bene, il verdetto non potrà che essere comunque positivo, solo che in tal caso -per me- non sarà mai “altamente positivo” perché The Divination of Antiquity si spegne abitudinariamente durante la propria esecuzione, se da un parte ha il pregio di offrire le solite rasoiate epico/spartane da bava alla bocca, dall’altra mi muore improvvisamente facendo scendere latente preoccupazione, una preoccupazione che sino ad oggi mai avevo avvertito nella loro musica. E così un disco ambizioso come il suddetto diventa anche il più debole di una discografia importantissima sino a poco prima (The Threnody of Triumph era appunto il mio preferito), quasi la mette in stand-by nell’attesa di vedere ciò che succede fra le orde del pubblico (lo facciamo quel passo in più o rimaniamo a bivaccare nella nostra melma?) che magari accecato dal “bello” griderà inconsapevolmente al capolavoro dell’anno.
Logicamente questa è solo la mia impressione, tuttavia non è da leggere in maniera totalmente negativa perché i Winterfylleth tirano comunque fuori alcuni classiconi nel loro immutato stile (title track, Whisper of the Elements, Over Borderlands o Foundations of Ash il cui finale è certamente il mio apice massimo della release), brani in grado di prelevare i soliti grammi d’esaltazione dal mio corpo. In più non bisogna dimenticare il bel continuum paesaggistico dei loro artwork che anche in questo caso sembra affiancarsi perfettamente all’umore intrapreso dalla musica.

Ma i pezzi che definisco “poco riusciti” si lasciano in ogni caso ben ascoltare, la mia è solo delusione nei confronti di aspettative e perfezione, riuscire a completare ogni cosa al meglio dentro i confini “ristretti” della loro musica così fiera e violenta non è di certo compito facile, riuscire ad essere perennemente brillanti diventa sempre più arduo nel tempo a ben pensarci. E’ un processo naturale come naturale e spontanea rimane la loro musica, andando avanti troviamo Warrior Herd sulla falsariga delle prime due (ma giocoforza meno scintillante), roboante incedere e melodie pronte a sigillare i cardini (anche se quel finale rimette in gioco tutto), e A Careworn Heart e Forsaken in Stone che mostrano invece tutti i limiti che sto cercando ostinatamente d’evidenziare.

Piccolezze, ma capaci di muovere sottili trame. I Winterfylleth cementano il loro stile pensando forse al futuro. Il disco resta una sicurezza, ma hanno sfiorato apici maggiori in passato.

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