Winterage – The Harmonic Passage

Un esordio –con dati alla mano- certamente difficoltoso quello portato avanti dai Winterage, ma capace di abbattere insidiose muraglie convenzionali finendo per sorprendere con gusto, se vogliamo “incredibilmente”, a maggior […]

Un esordio –con dati alla mano- certamente difficoltoso quello portato avanti dai Winterage, ma capace di abbattere insidiose muraglie convenzionali finendo per sorprendere con gusto, se vogliamo “incredibilmente”, a maggior ragione se andremo subito a volgere lo sguardo alla non poca durata complessiva.

The Harmonic Passage mostra tutto l’entusiasmo di questa giovane band, “osa”, inventa e crea, rimanendo su un versante volutamente classico, di certo una valida e nuova alternativa ai nomi leader/altisonanti in campo power metal. Con un lato sinfonico ben presente (massiccio grazie all’utilizzo di una “piccola orchestra” mobilitata per l’occasione) che viene potenziato dalla presenza “massiccia” del violino di Gabriele Boschi, pronto a prendere e trainare le redini del discorso quando richiesto. Anche le tastiere si ritagliano il loro meritato spazio, ricordando a più riprese le prime intelaiature proposte tempi orsono dagli storici Rhapsody (la title track da questo punto di vista è certamente un bel tuffo al cuore). I Winterage stupiscono per come riescono a tenerti sulla corda lungo tutto il disco, senza mai far spegnere quel fuoco che sempre dovrebbe alimentare i primi dischi di una band. Sarà proprio questo aspetto essenziale a fare la fortuna di The Harmonic Passage, il suo “pesare ma solo visivamente con i minuti” (l’album sfiora l’ora e dieci) perché per il resto la musica scorrerà così bene da non farci per niente caso (merito di un songwriting sufficientemente creativo, capace di non pagare eccessivo pedaggio all’inevitabile lato “concordato” con il genere di riferimento). Spaccati folk si intrufolano positivamente qui e là, ma sanno anche guidare come nel caso dell’ottima e ben ponderata danza chiamata La grotta di cristallo, traccia di straordinario gusto cantata interamente in italiano.

La produzione bada a non fare pasticci e ci propone il tutto ordinatamente, facendo emergere a turno le imprese d’ogni protagonista, su tutti la voce di Daniele Barbarossa che imparerà nel tempo a ritagliarsi la sua importante fetta di personalità. Chitarre e batteria spingono e “strigliano” a dovere i brani, enfatizzando al meglio le partiture spesso e volentieri tendenti al “sostenuto” (ottima scelta, per niente scontata, soprattutto quando finisci per impiantare più strumenti nella struttura).

The Harmonic Passage è l’ingresso dentro un nuovo mondo magico (non toccheremo livelli “vertiginosi”, ma la stabilità ci viene garantita al 100%), una creazione che riesce ad evadere da ogni sorta di possibile – e naturale- calo, riesce a farlo così bene che durante la sua coda riesce a piazzare brani brillanti come Crown to the Crowds, la “epica/diabolica” Panserbjørne, The Endless Well (l’uso della voce femminile viene centellinato e mai forzato, in questo caso ma anche nel resto dell’album) e la “potenza rhapsodica/sinfonica” di Awakening.

About Duke "Selfish" Fog