Wiegedood – De doden hebben het goed

Una bufera di provenienza post hardcore che si tramuta in forma black metal, i risultati? per quanto mi riguarda oggettivamente importanti! L’esordio Wiegedood cattura, eccome se cattura. Quattro brani per […]

Una bufera di provenienza post hardcore che si tramuta in forma black metal, i risultati? per quanto mi riguarda oggettivamente importanti!

L’esordio Wiegedood cattura, eccome se cattura. Quattro brani per quaranta minuti circa di black metal “avvitato”, contundente e dalle anestetizzanti sensazioni. Il bello sarà realizzarne il forte grado di percezione, si rimane vigili come se stessimo attraversando qualche passaggio insidioso o fossimo in bilico su una spropositata altezza (il significo del loro nome si traduce in “Sudden Infant Death Syndrome”, quantificatevi da soli l’ansia richiesta già in partenza). Non sfugge davvero niente qui dentro (le note vibrano potenti dentro una produzione compressa all’inverosimile), si rimane invischiati nel suono profuso e levigato, capace d’inghiottire ogni sorta d’asperità.

Questa creatura belga riesce nella “sfida” di suonare nella maniera più fresca possibile. Da una parte non si stenta a riconoscere il genere d’appartenenza (su vestigia di bel francobollo piazzato in piena fronte), ma dall’altra si respira un’aria “diversa”, o magari solamente intenzioni diverse per contaminazioni diverse. Si gioca su trasporto e dislocazione, su una sorta di stordimento accondiscendente col quale bisognerà scendere a loschi patti. Una lenta agonia spogliata dal suo reale significato perché la compagnia sarà contrariamente del tutto efficace, mostrandosi sempre in una sorta di gioco ad elastico con la parola “distacco” (ci ritroveremo ad elemosinare ancor più distanza, ma finiamo per goderci l’effettiva vicinanza senza particolari patemi).

De doden hebben het goed è sospensione bella e buona, sospensione lanciata a tutta con Svanesang (l’attacco potrà ricordarvi gli Immortal, ma giusto solo quello), il pezzo più lungo con i suoi 13 minuti di scavo, quiete e penetrazione. Esposti e colpiti con straordinaria intensità, non potremo far altro che ribadire la nostra precoce resa. L’urlo è strozzato e decanta pura sofferenza terrena, altri espedienti non sono richiesti, nemmeno per modificare lievemente l’ideale tormento pianificato. E’ grasso che cola Kwaad bloed, un nudo abbraccio viscerale prima che la title track giunga a noi per “sterilizzare” l’ambiente per mezzo del suo riffing immobile e astutamente introspettivo. Non c’era poi modo di finirla meglio se non con Onder gaan, una canzone in grado di lasciar defluire uno spirito autentico e rabbioso (si rimane cullati ed inchiodati da metà brano in giù). Questi quattro passaggi hanno il pregio di scorrere placidamente, per nulla schiavi di una “gabbia immaginaria” costituita solidamente dai non pochi minuti scelti per ogni occasione.

De doden hebben het goed è un disco che convincerà, ma solo nella sua interezza, avrebbe poco senso prendere i pezzi singolarmente, slacciarli dal contesto. Ogni canzone alimenta con rabbia e prepotenza l’album sino al trionfo conclusivo, tanto che ci ritroveremo presto a coccolarne ogni aspetto, anche il più angusto. E’ da esaltare, ma mi rendo conto che alcuni nodi importanti funzionano solo “a pelle”, la mia ha sicuramente gradito. Sinceramente consigliato a chi si ciba di black metal americano sulla scia tracciata da Wolves in the Throne Room e Ash Borer.

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