Whorion – The Reign of the 7th Sector

Tecnica al servizio di un approccio sinfonico pulito ed ostentato, che non rinuncia mai e in nessun caso al fattore violenza. I finlandesi Whorion esordiscono sotto Inverse Records con il […]

Tecnica al servizio di un approccio sinfonico pulito ed ostentato, che non rinuncia mai e in nessun caso al fattore violenza. I finlandesi Whorion esordiscono sotto Inverse Records con il disco The Reign of the 7th Sector, audaci ed armati delle giuste motivazioni si inseriscono in un filone già ampiamente battuto da tempo –e con successo- dai nostrani Fleshgod Apocalypse. Ma non si potrà fare a meno di tirare in ballo l’impronta sinfonica di marca Dimmu Borgir e l’approccio “chirurgico-devastatore” perpetrato dai polacchi Behemoth, ad essere precisi –e sicuri di non sbagliare- si potrà dire che i Whorion sono l’esatta formula di mezzo fra questo speciale nugolo di band (per poterli apprezzare bisogna giocoforza provare “simpatia” verso i gruppi citati).

Sono questi gli input da tenere bene in testa in partenza, armarsi della giusta dose di aspettativa senza dimenticare di essere sempre al cospetto di un disco bagnato dalla parola “esordio”. Certamente tecnica e produzione fanno di tutto per farci dimenticare tale peculiarità, il fatto di entrare dentro un muro sonoro già bello che pronto non dovrà trarci in inganno, con buona pazienza di tutti i possibili discorsi inerenti personalità mancante, idee sotto i tacchi etc, etc. L’unica preoccupazione di questi ragazzi è quella di regalare al proprio pubblico un buon disco, suonato e prodotto bene ma privo d’eccessivi orpelli e bisogna dire che ci sono riusciti.

The Reign of the 7th Sector usa principalmente l’arma della solidità, I Whorion in tal modo “fanno cerchio”, pensando primariamente all’impatto e a ricamarci sopra lo stretto necessario, senza eccedere o intrattenersi a lungo in pericolosi e controproducenti “fuoristrada”. Quindi lasciatevi martoriare, scacciate le problematiche che vi stanno addosso, solo così imparerete a coabitare con un lavoro esposto con tale “furia melodica e meccanica”. L’opener Flesh of Gods butta giù piloni senza fare eccessivi complimenti, assolutamente inarrestabile nel suo efferato “arare”, si capirà ben presto il perché sia stata scelta per inaugurare le particolari danze (lapilli epici sul finale la innalzano ulteriormente). Forse troppo brevi i 35 minuti di durata, ma c’è da dire che la compattezza alla fine giocherà un ruolo più che fondamentale, il disco non porta in tal modo allo sfinimento, lasciando la voglia di essere rimesso in circolo libera di fluttuare (se la scintilla scoccherà ovviamente). Ovviamente The Reign of the 7th Sector è indicato ai fruitori di metal estremo “raffinato”, con le note che vanno prima a cercare pulizia e ordine piuttosto dell’istinto. Ma la costruzione d’ogni pezzo e un songwriting capace di “tenere botta” riescono a compensare altri fattori a loro modo, fanno peso, e ripongono fra le nostra braccia un prodotto professionale, in grado di lasciare il suo speciale quanto denso ricordo.

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