Who Dies in Siberian Slush – We Have Been Dead Since Long Ago

L’esordio Bitterness of the Years That Are Lost mi era piaciuto -senza entusiasmarmi- abbastanza da portarmi all’acquisto. Purtroppo non posso dire lo stesso del secondo full-lenght We Have Been Dead […]

L’esordio Bitterness of the Years That Are Lost mi era piaciuto -senza entusiasmarmi- abbastanza da portarmi all’acquisto. Purtroppo non posso dire lo stesso del secondo full-lenght We Have Been Dead Since Long Ago perché le mura “difensive” che prima riuscivano a sostenere la loro musica sono qui crollate malamente. Ed è un peccato perché mi aspettavo cose più che buone dalla formazione russa, invece per la prima volta mi sono ritrovato in qualche modo deluso da un prodotto firmato Solitude Productions (che comunque non condanno, anzi io stesso avrei insistito nel cercare di credere nella band). Quando c’è da parlare male non sono mai molto brillante, soprattutto quando la musica non è completamente obbrobriosa come in questo caso; c’è sicuramente del buono nella “mezza-opener” The Day of Marvin Heemeyer (abbastanza strana ed inusuale), e anche Refinement of the Mould fa tutto sommato il suo lavoro mantenendo quello stile che li aveva caratterizzati sul debut album. Ma poi, ad assalirmi arriva una negativa (nel senso brutto del termine in questo caso) apatia, una sensazione di stantio che non mollerà più la presa, questo nonostante tali caratteristiche siano in qualche modo la prerogativa principale del genere funeral/death doom. Non è tanto la fossilizzazione a rovinare tutto, o la produzione che rimane la stessa e non entusiasmante del primo disco, a non decollare è il songwriting che non riesce a prendersi l’attenzione necessaria e allora si che il suono non ti viene in aiuto e finisce per affossare il prodotto in modo a dir poco inesorabile.

Spero si tratti di un incidente di percorso e spero di tornare a sentire qualche composizione migliore rispetto a In A Jar e The Spring (e la marcia funebre arriva a rovinare ulteriormente le cose facendo diventare pressoché inutile l’esito conclusivo di Of Immortality). Quando anche solo 43 minuti di questo genere passano troppo lenti c’è davvero qualcosa che non va, qualcosa che bisogna “chiedersi”. La faccetta è dolorosamente triste in ogni risvolto.

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