When Nothing Remains – As All Torn Asunder

Copertina in stile Tim Burton per l’esordio discografico marchiato When Nothing Remains. La band svedese (che vede al suo interno personaggi già conosciuti per Nox Aurea e Rimfrost) rende onore […]

Copertina in stile Tim Burton per l’esordio discografico marchiato When Nothing Remains. La band svedese (che vede al suo interno personaggi già conosciuti per Nox Aurea e Rimfrost) rende onore al la scelta di protrarre l’album su lunghe durate (si arriva all’ora e dieci) e al proprio “tragico” nome tramite un doom/gothic/death metal sano e lontano da “pericolose” sperimentazioni. Semplificando si può guardare/sentire quest’opera nella medesima direzione tracciata dai Draconian, al momento però i When Nothing Remains rimanevano a scalpitare sopra un terreno più estremo e rigido, già alla partenza a metà fra spirito underground e voglia di osare. Si vedrà solo in seguito cosa decideranno di coltivare nei propri campi, per il momento quello che ci troviamo per le mani è un solido disco “negativo”, a tratti realmente pesante da digerire, ma che non smetterà di trascinare a sé le anime più tormentate in circolazione. Ho trovato anche difficile riuscire ad inquadrare un mio esatto valore personale all’opera, è come se vedessi di fronte a me un grafico finanziario che salta su e giù continuamente. Da qui ho capito che è assolutamente necessario essere dell’umore giusto (dovrebbe essere così per ogni tipologia di musica, qui specialmente) per riuscire ad affrontare questi “eleganti monoliti” fascinosi ed oscuri, altrimenti si rischierà di smarrire bussola e viveri, schiavi di quella parola che mai vorremmo leggere accanto alla nostra musica preferita: “noia”.

Tastiere gotico/sognati non aiutano di certo a vedere un cielo sereno, soffocate come sono da chitarre potenti ed oppressive ed un growl magico cantore di pura e tragica malinconia. Quasi una canzone manifesto la prima Embrace Her Pain, versi trascinanti che si stampano in testa per essere ricordati a lungo, al resto ci penseranno l’incedere ritmico potente e trascinante e delle chitarre che penetrano le carni come se fossero burro. The Sorrow Within è rarefatta e annichilente, uno di quei pezzi difficili da fagocitare immediatamente a causa di aspetti monolitici evidenti e e pressanti. Con A Portrait Of The Dying i ritmi si alzano di poco, si diversificano in qualche modo per un risultato sicuramente positivo ed intrigante. L’ascolto continua e l’atmosfera si fa sempre più scura, Mourning Of The Sun è diventato nel tempo un dei miei highlights del disco, classica, diciamo pure convenzionale, ma che sa toccare profonde e giuste corde. Her Lost Life riprende certi aspetti di A Portrait Of The Dying mantenendo inalterato il grado di intensità tanto faticosamente raggiunto mentre una In Silence I Conceal The Pain emerge in tutta la sua bellezza in maniera non troppo distante dall’operato dei finnici Swallow The Sun (questo è un altro brano sul quale punterei per far conoscere la band ai pigroni). La title track metterà fine alle ostilità (veramente troveremo anche una graziosa outro) sfiorando il quarto d’ora di durata, un lacerante incrocio di sensazioni scandito da note di tastiera intime e raggelanti, sovrapposte ad uno strato elettrico “ansimante” e cupo.

Leggete questo voto come un otto, come un sette, come un sette e mezzo, leggetelo insomma come volete, create la vostra dimensione ideale e consegnatevi a queste tragiche note. La magia di questo particolare genere musicale viene tenuta in vita da nuovi nomi, usufruitene.

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