Watain – Lawless Darkness

Super chiacchierati i Watain, soprattutto ai tempi del loro quarto album. Tanto amati quanto odiati fra quelle formazioni arrivate ormai in “terza battuta”. Lawless Darkness arrivava dopo il mezzo passo […]

Super chiacchierati i Watain, soprattutto ai tempi del loro quarto album. Tanto amati quanto odiati fra quelle formazioni arrivate ormai in “terza battuta”. Lawless Darkness arrivava dopo il mezzo passo falso lanciato da Sworn To The Dark, erano così in tanti ad aspettare al varco il completo tracollo della band svedese.

Ma questo tracollo è realmente avvenuto? da parte mia posso solo dire “non completamente”, anche se in molti non faranno altro che evidenziare i punti deboli di questa uscita. Il primo e più importante appiglio per i detrattori sarà certamente la produzione e l’attenzione per una certa pulizia sonora. Questo poteva essere benissimo un’arma sbagliata anche dal mio punto di vista, ma tenendo conto che lavori come i primi due non saranno più di casa è meglio continuare su un’altra strada, sicuramente più appetitosa, ma quantomeno diretta e senza bisogno di nascondigli o chissà quali altri appigli. L’altra accusa alla quale invece mi accodo anche io è la durata, Lawless Darkness dura veramente troppo, non ci sono “ma” a tenere. A maggior ragione se pensiamo che parte iniziale e finale siano effettivamente meglio riuscite, non ci vuole molto a capire cosa doveva essere fatto per guadagnare qualche punto in più. Invece in questo caso i Watain hanno voluto esagerare e mettere troppa carne a cuocere, penso che con i brani che considero “riempitivo” avrebbero benissimo potuto costruire canzoni brillanti, più efficaci per il futuro. Pazienza e un minimo di autocritica a posteriori possono bastare ad evitare questi errori.

L’inizio è in assoluto la parte di Lawless Darkness che preferisco, i Watain in brani come Death’s Cold Dark, Malfeitor, Reaping Death e Four Thrones mi hanno riportato spontaneamente ad un mio personale monumento sonoro. Sto parlando di Diabolical dei loro connazionali Naglfar, il disco più violento e sanguigno della band svedese. I Watain si dimostrano in queste canzoni maestri della melodia della propria terra senza il bisogno di dover strizzare a forza occhiolini a destra e manca (maggior pulizia rispetto ai Naglfar comunque c’è). Devo ammettere che se mi avessero fatto tutto il disco su questi livelli li avrei adorati quanto un nuovo messia, ma pazienza. Il “dramma” arriva proprio nel cuore del disco. Ma facciamo una simpatica conta, nove minuti (di noia ed inutilità) di Wolves Curse, i sei della strumentale title track -che ci sta come i cavoli a merenda- e altri sei per una scialba Total Death (i Motörhead che incontrano i Carpathian Forest) per un totale di venti minuti abbondanti di noia “mortale”. Insomma un vero tracollo che rischia di rovinare quanto di buono costruito attorno, ed è qui che in parte capisco gli acerrimi criticatori di Lawless Darkness.
Meno male che il finale ripara in parte i danni, prima con Hymn to Qayin dove si libera lo spettro dei Dissection nell’aria con buoni giri, poi con il quarto d’ora conclusivo di Waters of Ain (Celtic Frost e tanto altro ancora) dove questa volta i minuti non sono come dire “gettati al vento”, anzi stanno a dimostrare un’ottima e concreta operazione maturità. Nel mezzo riscontriamo una Kiss Of Death non completamente riuscita.
Tirando le somme: “dieci canzoni, sei da ascoltare, tre da dimenticare e una dal sapore insipido“. C’è il forte rischio di sbagliare il voto, direi che una sufficienza larga potrebbe infine bastare, ma a ben vedere forse più per alcuni di voi che per me.

Indicato per chi solitamente ama essere accompagnato dai grandi nomi farà meno scalpore fra i puristi alloggiati nelle viscere underground. Distaccandomi da queste dimensioni posso dire che la formazione svedese ha composto diverse belle situazioni, dimostrando di essere tutto fuorché  “pensionabile”. Meno manie di grandezza in futuro potrebbero far si che nascano altri bei lavori, nel frattempo mi godo il disco anche se a metà regime. Non male nemmeno la copertina pur non essendo chissà cosa, ma devo dire che il suo compito d’impatto viene pienamente raggiunto.

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