Warrior Soul – Last Decade Dead Century

Quando si nomina il monicker Warrior Soul, vi è sempre un rischio alquanto ricorrente in cui è facile ruzzolare; quello di usare termini inappropriati o attributi fin troppo scontati: alienazione, […]

Quando si nomina il monicker Warrior Soul, vi è sempre un rischio alquanto ricorrente in cui è facile ruzzolare; quello di usare termini inappropriati o attributi fin troppo scontati: alienazione, disagio urbano, presa di coscienza, radical rockers, rivolta, urlo di protesta. Kory Clarke è sempre stato vero protagonista di queste affermazioni, in quanto non ha voluto perdere la preziosa occasione che si presenta a chi ha la fortuna di poter veicolare un messaggio per farlo risuonare (si spera!) tra migliaia di mure domestiche, magari risvegliando le intorpidite coscienze dell’immobilismo umano (statunitense, in questo giro di boa).
Certo, non è stata la prima e nemmeno sarà l’ultima minaccia rivolta verso le istituzioni, ma bisogna comunque prendere atto di una certa coerenza e costanza, peculiarità queste che – REPAEAT MODE ON – difficilmente ripagano nel paludoso mondo del mu$ic business. Figurarsi se poi abbiamo a che fare con quei vigliacchi della Geffen Records… ma andiamo con ordine.

Siamo nel 1990, e con la delicatezza di undici revolverate in pieno volto viene sguinzagliato Last Decade Dead Century, un lavoro sensibile, irruento, oscuro, che si oppone sfacciatamente alle mode del momento (vedi assenza pressochè totale di sbrodolosi assoli di chitarra fine a se stessi), celato da un pesantissimo velo di dolore.
La band, lungo le note dell’intensa Downtown e dell’incalzante Charlie’s Out of Prison porta con se quella ruvida sporcizia che i sopravvalutatissimi Mötley Crüe (abili perdigiorni sciupafemmine e niente più..) ancora devono scoprire, d’altro canto invece The Losers è probabilmente la migliore delle ballate stronze mai stata incisa, un’inno dedicato agli sconfitti, agli esclusi, ai lavoratori / numero che ne hanno le palle piene della prepotenza, della cecità e della scarsissima lungimiranza del potere, e dell’ abissale scollamento con la vita quotidiana di noialtri, povera gente comune senza santi in paradiso.
Kory, come appare piuttosto evidente da stilettate quali I See The Ruins o ancora We Cry Out detesta la classe politica che è riuscita (…volutamente?) a trasformare la politica stessa in una cosa tanto vergognosa ed ignobile che – e qui devo aprire una brevissima parentesi sui fatti di casa nostra – verrebbe quasi da rimpiangere alcuni statisti del passato quali Alcide de Gasperi, tanto per fare il più grottesco degli esempi.
La band, Pete McLanahan al basso, Paul Ferguson alla batteria e, soprattutto John Ricco alla chitarra, è un vero capolavoro di immediatezza, il condensato che rende perfettamente affilate le parole di Mr. Clarke; tutto l’album è un terribile seppur attualissimo viaggio nell’acido.
Purtroppo rimarrà anche l’unico lavoro in cui la Geffen ha creduto davvero, scaricando (anche se non ufficialmente) in modo piuttosto frettoloso e vigliacco i quattro ribelli fin da subito, colpevoli probabilmente di proporre una musica decisamente più destabilizzante di quella dei Guns N’Roses, nonché dei Nirvana.

Infamate, queste, che non hanno comunque impedito una rispettabilissima carriera (ormai trentennale! ) condita da show al fulmicotone, in cui il guerriero dell’anima ha saputo letteralmente incendiare anche i palchi del Sud Italia, durante lo scorso gennaio.
“Cause I’m a punk and I’m belligerent, and I don’t give a… give a… give a shit!!!”

Alexander Il'ič Ul'janov

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