Void – Void

A ben otto anni dall’esordio Posthuman (uscito per Nocturnal Art) tornavano a farsi vivi gli inglesi Void agli inizi del 2011. Non so sinceramente in quanti potessero ricordarsi di loro, […]

A ben otto anni dall’esordio Posthuman (uscito per Nocturnal Art) tornavano a farsi vivi gli inglesi Void agli inizi del 2011. Non so sinceramente in quanti potessero ricordarsi di loro, a dirla tutta Posthuman non era nemmeno “sta gran cosa”, ma che le vicende potessero ulteriormente peggiorare non lo ritenevo ai tempi possibile.
Ho provato a trovare un appiglio, un ancora di salvataggio al tutto, ma non ci sono proprio riuscito, Void risulta alle mie orecchie veramente troppo “opaco”.

Il campo battuto è quello industrial black metal o post black metal (come preferite), quindi il sound è scarno e bello arido ma di certo questo il minore dei mali, quantomeno la produzione esprime benissimo sensazioni importanti di “vuoto”, “estinzione”, “malattia” e chi più ne ha più ne metta. Il songwriting invece si esprime alla maggiore tramite brani veloci e bestiali, il più delle volte sparati “random” nei padiglioni auricolari dell’ignaro ascoltatore. Dei 35 minuti di durata riesco a farmene piacere solamente 11, giusto la durata del terzetto formato da Alligator X-Ray, Ego Tranquilizer e la conclusiva Babylon. In mezzo per me c’è soltanto tanta, esagerata noia. Se volevano ottenere fastidio i Void ci sono comunque riusciti, gli inglesi danno forma ad una musica che molto deve alle varie svolte dissonanti di Dodheimsgard, Abigor e Mayhem, ovviamente non ne sfiorano la classe.

Se Alligator X-Ray riesce ad essere sacrale e punitiva, Ego Tranquilizer nonostante qualche “vaneggio” appare in qualche modo affascinante mentre Babylon sarà una portata di pura violenza, elargita tramite canali adeguati. Lo stesso non si potrà finire a dire per il resto di Void e della sua notevole e piatta carica. Sul trono di negatività io piazzo il duetto formato da Cypher e Feral, dove sbadigli e fastidio raggiungeranno i picchi più elevati. Ma non scherzano nemmeno Where Red Limbs Stir ed Exempt.
Non ci sono troppe parti campionate (giusto qualcosina) e la scelta di puntare sul “classico” devo ammettere non è nelle intenzioni interamente da buttare. Le chitarre grasse ed infette sono un’arma a doppio taglio, ma quando c’è da frustare riescono a rendere.

Qualcuno magari potrà rimanerne soddisfatto (e questo potrò capirlo), però posso dire di diffidare da chi lo spaccerà come nuovo capolavoro “d’arte moderna”. Scavando le positività si trovano, ma resta pur sempre un lavoro mal assemblato (e  dalla copertina orrenda) dove le idee positive finiscono sotterrate ingenuamente.

About Duke "Selfish" Fog