Void Of Silence – The Grave Of Civilization

Il tempo vale per tutti, ma non di certo per i Void Of Silence, loro possono prendersene quanto ne vogliono, manipolarlo a loro scelta per decidere di piombare sul mercato […]

Il tempo vale per tutti, ma non di certo per i Void Of Silence, loro possono prendersene quanto ne vogliono, manipolarlo a loro scelta per decidere di piombare sul mercato solo quando è realmente necessario farlo. Non smetterò mai di ripetermi quanto dovremmo essere orgogliosi di avere in casa, “dalla nostra”, un’entità musicale così unica e perfetta.

A suo tempo ricevere i brani di The Grave Of Civilization mi aveva fatto tremare, dubitare se fosse stato il “momento giusto”, perché certe cose sono così particolari ed uniche che richiedono già alla base l’intensità idonea dell’attimo, della giusta partenza. Ma questa è la potenza del tempo e di una aspettativa divenuta via via sempre più mostruosa (insomma, non è facile andare avanti dopo aver dato alle stampe un lavoro come Human Antithesis) e che va “evaporata” in pochi cruciali istanti, quei pochi secondi che servono per tornare ad abitare la loro sfera musicale.

L’oscuro cerimoniere a questo giro è stato Brooke Johnson (di fama Axis Of Perdition), scelta indovinata da parte dello storico duo Zara/Conforti che dimostra di saper scegliere con precisione -e in maniera innata- ciò che è meglio per la loro musica. Così avevamo Fabban per il diabolico e rituale Criteria Ov 666 e Nemtheanga era esattamente quello che serviva per l’incredibile opera dal nome Human Antithesis. Un colore diverso per ogni passo, con l’oscurità a fare da sfondo ad ogni singola canzone creata. I Void Of Silence tornavano nel 2010 e grazie alla voce di Brooke davano alle stampe il lavoro più etereo della loro carriera, si accennava un leggero cambio nell’essenza ma non si scalfiva neppure con il pensiero quello della sostanza. Il potente doom apocalittico/dark ambient rimaneva sempre il medesimo, fatto d’oscuri quanto ispirati monoliti sonori, se vogliamo esasperanti ma portatori di una grazia “superiore” che fortunatamente non è da tutti esibire. La solennità divulgata da questi pezzi è qualcosa che va “oltre”, già respirabile buttando un occhio alla copertina e al suo impotente senso di vuoto, ci troviamo di fronte ad uno di quei rari casi in cui l’artwork dipinge visivamente la musica con un solo sguardo, quasi come a dire: “volete capire cosa c’è nel disco? bene, vi basti guardare la copertina”.

L’intro Prelude to the Death of Hope procura già discrete dosi di pelle d’oca in appena tre minuti, sufficienti alla preparazione psicologica del capitolo. Cori “sacrali” e ritmiche propiziatorie che danno il via al primo monumento sonoro della title track (17 minuti e non sentirli minimamente trascorrere). E’ davvero difficile riuscire a trascrivere le emozioni che i Void Of Silence riescono a formare, questi primi versi sono quanto di più bello e lineare potessero tirare fuori, una pulizia che non appartiene a questo livello di vita, la fluidità con cui staccano dal momento elettrico a quello “ambient” è a dir poco agghiacciante. Poi, su tutto troviamo la voce di Brooke come assoluta protagonista, sentirla ergersi sul manto sonoro è puro godimento uditivo. Per farvi un’idea di che voce andrete ad ascoltare provate ad immaginare l’impostazione vocale di un Kristoffer Rygg e Vortex portata su livelli “impalpabili”, completamente a favore della combinazione con la parte strumentale. Ma sarà così per tutto l’album, un tunnel scuro, dal quale si riuscirà ad uscire ma solo a “ritmi saltuari” e solo grazie all’operato di voce e tastiera. Avvolti nello stordimento emozionale procederemo con Apt Epitaph, cavalcando quei suoi bei riffoni posti alla partenza, accenni orchestrali minuziosi e spirito evocativo su massimi livelli, i Void Of Silence recitano in parte l’arte dei Pink Floyd, ma come se provenissero da un altro e scurissimo pianeta (anche in None Shall Mourn si potrà dire lo stesso), aggiungendo ulteriore carisma alle composizioni (Apt Epitaph prende per mano l’ascoltatore e gli mostra diversi mondi e colori). Temple Of Stagnation possiamo tacciarla come brano più dinamico, un momento in particolare farà oscillare la nostra testa su ritmi inusuali, sarà inutile specificare quanto contribuisca a rendere ancora più grande l’insieme di The Grave Of Civilization. Sono da registrare la bontà di alcuni riff doom schiaccianti, roba da fare invidia a chi è solito prodigarsi con il genere con più costanza e “verve”.
Al penultimo posto troviamo lei, la mia preferita (e mai come in questo caso sarà difficile sceglierne una), quella None Shall Mourn contenente alcune delle “strofe” (le virgoletto perché parlare di strofe o ritornelli nella musica dei Void Of Silence è pressoché inutile) più belle che io abbia mai sentito in vita. Quando vengono riproposte alla fine lo scenario apparirà di una drammaticità unica ed indelebile. La conclusiva Empty Echo rappresenta invece qualcosa di diverso dal semplice outro di turno, sembra quasi una sorta di cura per quanto sentito sino a prima, certamente inusuale ma pure convincente modo di finire un qualcosa che difficilmente potrà dichiararsi concluso.

The Grave Of Civilization è l’espressione massima per l’arte, passione che rifugge da ogni banalità e da ogni legge musicale. Troveremo l’abisso ad attenderci, a lasciarci svuotati da tutto e tutti. C’è il segreto della musica custodito dentro, puro e così speciale da ritenerlo in una sola parola “indecifrabile”.

Totalmente appagato non posso fare altro che restare ancora una volta inerme di fronte a questo capolavoro.

About Duke "Selfish" Fog