The Vision Bleak – Witching Hour

Correva l’anno 2004 quando The Deathship Has a New Captain incantò una folta audience bisognosa di sonorità “easy and horror”. La musica griffata The Vision Bleak si scoprì poco dopo […]

Correva l’anno 2004 quando The Deathship Has a New Captain incantò una folta audience bisognosa di sonorità “easy and horror”. La musica griffata The Vision Bleak si scoprì poco dopo essere già bella che definita in partenza, ai nostri non servivano altro che refrain “eletrizzanti”, la voce teatrale di Konstanz e l’appurata abile mano creativa di Schwadorf. Chitarre potenti e ficcanti a “fare” il brano, come un potente magnete ad attirare tutto verso se. Così ad “appena” nove anni da quel disco eccoci ancora qui a parlare di loro e della loro quinta fatica, un disco che non ho faticato ad amare esattamente quanto l’esordio. Prima però urge una confidenza, i The Vision Bleak mai mi hanno deluso, però è anche vero che nei dischi “di mezzo” non ho mai riscontrato quella scintilla avvicinabile in qualche modo a quella sensazione di “freschezza” del primo vagito, quella sensazione che torna ora prepotentemente in auge oggi grazie a Witching Hour, la loro opera più tenebrosa ed oscura in assoluto, un lavoro che affonda le fauci in campo stregonesco e in rituali “boschivi”. Loro sono sempre loro ovviamente, riconoscibilissimi come pochi, solo che a questo giro azzardano un percorso definibile “dark and progressive”, una scommessa mica da poco. Sin dal primo ascolto ho visto Witching Hour come una sorta di omaggio agli anni 70, puro spirito retrò senza per questo mostrare ripensamenti sul ciò che si è stati sino ad oggi. Basta questo per fare un gran bel disco? Ovviamente no, per fare un bel disco oltre ad azzeccare influenze, sound e mood ci vogliono le canzoni; ma anche sotto questo lato non ci si può proprio lamentare. I loro soliti tormentoni si ficcano in testa in maniera dannatamente facile,soddisfano alla grande, ti lasciano li con quel senso di “duplice oscurità”, quella che da un lato ti vuole inquietare (seppur con la sola minima parvenza di serietà) mentre dall’altro intrattenere con un mezzo sorriso stampato sulla faccia. In fondo è sempre stata così la loro musica (e probabilmente sempre lo sarà), però questa volta i detrattori potranno avere qualche occasione di rivalutazione, certo non è materiale completamente diverso da quello composto precedentemente, ma quantomeno diviene un qualcosa da provare giusto per curiosità, e chissà che alla fine non sia proprio questo Witching Hour  a scardinare determinate porte, a permettere di andare a ritroso per rivalutare le passate opere del duo.

In primis è la strabordante semplicità di A Witch Is Born ad irrompere, riffing che smuove (azzeccatissimo) e ritornello “bastardo”, di quelli che non lavi via nemmeno con la candeggina; l’ideale pezzo da apertura concerto, quello che ti spiana la strada nel viverlo al meglio. Un flauto luciferino apre poi le danze di The Blocksberg, il pezzo da sentire per valorizzare tutte le parole spese sino ad ora (e se vi vengono in mente i Cathedral non preoccupatevi), assolute visioni di creature che si dispongono per il sabba. Con Cannibal Witch ci ritroviamo nel bel mezzo del rituale, lenta agonia dai tratti “southern” che sfocia in un refrain ancora un volta notevolissimo. The Wood Hag è la summa di cosa voglia dire continuare a fare musica per i The Vision Bleak, brano diretto che ha l’unico scopo di infettare il cervello del malcapitato con la sua mefitica ed immediata atmosfera. Il rock’n’roll secondo i tedeschi è rappresentato dal turbine sonoro di Hexenmeister, horror song  nel midollo quanto capace di far smuovere culi e ossa. Uno dei vertici di Witching Hour è rappresentato da Pesta Approaches, in poche parole uno dei migliori pezzi mai usciti dai loro spettrali taccuini, questo dovrebbe bastare nell’indurvi al contagio diretto senza ripensamento alcuno. The Valkyrie spinge a prescindere che è un piacere, la strofa equivale al sentirsi tirare forzatamente da una catena di ferro, lo stacco epico è pura classe, il momento melodico emozionantissimo, il ritornello un momento di rara elevazione, io infine mi domando: “cosa chiedere di più?

Non parlo mai delle bonus track ma in questo caso non posso far altro di consigliarvele visto che The Call of the Banshee non ha niente da invidiare alle canzone disposte nella tracklist ufficiale (mi ripeto lo so, ma altro grandissimo refrain) e le due parti di Witchery in Forests Dark sono un bel esperimento/diversivo oscuro che potrebbe essere inglobato in sede “ufficiale” in un prossimo futuro.

Fresco nel suo propagare oscurità, potente e riuscito nel  suo trascinare a dovere oltre che nel saper divertire. I The Vision Bleak hanno confezionato un grande gioiello, un disco che rende ancora una volta possibile la rigenerazione attraverso il proprio stile, così -a volte- l’interruzione totale di parabole discendenti diventa possibile, e questa ne è la perfetta eccezione. Il libro degli orrori si aggiorna di una nuova pagina, e diciamocelo suvvia, quanto è bello collezionarlo pezzo dopo pezzo?

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