Verminous – The Unholy Communion

Ci sono dischi perfetti che non hanno l’ingombrante peso di essere tacciati come capolavori, dischi che ascolti d’un fiato già la prima volta come se fosse la centesima, cose che […]

Ci sono dischi perfetti che non hanno l’ingombrante peso di essere tacciati come capolavori, dischi che ascolti d’un fiato già la prima volta come se fosse la centesima, cose che a discapito di tutto e tutti non ti fanno pensare “ecco, l’ennesimo disco fotocopia di turno”. Tutto questo sgorga fuori dal secondo disco degli svedesi Verminous, un concentrato di marcio martellamento sonoro su dettaglio death metal, di quello come Satana comanda. Si può essere “freschi” suonando musica oleosa e “catacombale” come questa? la risposta è un si, un bel si, The Unholy Communion è manna che proviene direttamente dall’inferno, d’altronde lo si intuisce dando un rapido sguardo alla dissacrante copertina che ci mostra un altra e più ragionevole versione “dei fatti” (aldilà di tutto copertina molto bella a mio vedere).

E così in poco più di mezz’ora i Verminous ci tengono la loro dannata compagnia, ci fanno scapocciare secondo tradizione americana e rappresentano la conferma che in Svezia non importa il tipo di death metal che suoni, tanto alla fine ti riesce sempre e comunque bene. Sembra di assistere all’azione di qualche tremendo acido, tutto si scioglie e corrode di fronte a chitarre capaci d’imporsi sul resto facendosi carico del peso senza paura alcuna. Mitici quando mi spezzano Keepers of Chaos e I.N.R.I (Iesus Nazarenus Rex Insecta) con una breve parte parlata che sembra scolpita su pietra per quanto rende perfetto il climax. Sembra di assistere ad una tempesta sonora in avanzamento, ogni brano un nuovo alfiere pronto a lottare per mantenere intatte le coordinate deflagranti. Pestano e si gestiscono alla perfezione (sembrerà banale dirlo ma è così), e noi trascinati dal carro creato delle chitarre non potremo far altro che subire l’esibizione di killer riffs in successione, posseduti perennemente da chissà quale malevolenza.

Ci sono gruppi che pur suonando death metal non riescono a catturarne completamente l’essenza, i Verminous invece rappresentano il lato opposto, quello di chi sembra avere ben chiaro cosa c’è racchiuso nell’ampolla. Lo capisci quando ogni piccolo incastro di The Unholy Communion ti accompagna con esaltazione (vogliamo parlare della partenze di In The Name e Glorious Sacrilege?) rendendoti terribilmente facile l’immersione su questa malevola tavola.

Su Glorious Sacrilege i nostri sembrano intenzionati a muovere ricordi legati ai Possessed, alimentandone però discretamente il voltaggio mentre Verminous Fluids – Part II (diciamo la migliore?) si pone come unico obiettivo quello di far “volare” teste su teste in beata successione (e il più classico dei drumwork paga sempre, eccome se paga). Alla fine sembra di aver ascoltato quasi il doppio del tempo effettivo tale è il grado d’intensità profuso dal prodotto, possiamo quasi dire un’eresia del tipo “che gli ultimi pezzi sono quasi inutili” visto l’orgasmo già registrato in precedenza. Quel che è certo è che a The Unholy Communion puoi cambiare la scaletta a tuo piacimento, ma tanto il risultato non lo cambi di una solo virgola, tutto si incastra, tutto si cerca, tanto che una Old Is the Shadow of Death poteva fungere benissimo come “killer opener”.

Voletevi bene, andate e procuratevelo il prima possibile, quando terminerà l’inno conclusivo The Gospel of Verminous avrete di che gioire con tutta calma ripensando al macello appena passato.

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