Crowned – Vacuous Spectral Silence

Cominciava bene, davvero bene questo debutto di carne australiana dal titolo Vacuous Spectral Silence. La prima canzone Menelvagor conosceva difatti i trucchi per conferire un gusto giusto e ben diluito, […]

Cominciava bene, davvero bene questo debutto di carne australiana dal titolo Vacuous Spectral Silence. La prima canzone Menelvagor conosceva difatti i trucchi per conferire un gusto giusto e ben diluito, mistico-avvolgente, e dagli spiccati tratti onirici.  E’ un vero peccato che tale leggiadria non venga raggiunta allo stesso modo nelle rimanenti cinque canzoni previste in scaletta.

Loro si chiamano Crowned e suonano un black metal freddo, molto diabolico, un black metal che guarda molto spesso alla Norvegia, con maggiore attenzione rispetto alle varie correnti che sono spiccate negli anni in forma di “boom commerciale”. Questo è sicuramente un bene, la registrazione volutamente “distaccata” aiuta non poco nel far emergere determinate emozioni racchiuse, addormentate dentro di noi. Ma purtroppo la maggior parte dei brani -pur non scadendo mai nella assoluta “sterilità”- lascia poco dietro, è come se la corrente di vitale importanza venisse tolta e rimessa in circolo continuamente. Ci si trova così a tu per te con momenti davvero importanti, momenti pronti a scadere dopo poco su altri inconcludenti, che portano l’ascolto a “girare largo” dal fulcro e dalla necessaria attenzione. C’è sicuramente dell’amarezza nel sentire belle idee arrivare solo a metà del percorso, nel vederle spegnere drasticamente su quel continuo “fiammeggiare” che prima desta e poi addormenta. E’ sottile il filo che separa una certa imponenza da quello della concreta mediocrità, sotto certi aspetti forse sono troppo duro nell’evidenziare il lato meno riuscito, perché sono sicuro che i suoi proseliti Vacuous Spectral Silence riuscirà a catturarli. Un lato di me è molto contento di questo disco, e ne resta assai affascinato, basterebbe questo per salvarlo da una opinione più negativa che positiva, prendo ad esempio brani come Journey To The Cross- roads, Apocryphal Catacomb o la “morente” title track finale, che nel loro incedere riescono a raggiungere vette intriganti, impregnate del giusto mood.

Altro puntello in loro favore è sicuramente dato dal fatto di trovarsi di fronte una band alla prima mossa discografica importante, e quand’è così si deve sempre e comunque guardare il bicchiere dalla parte piena. Alla fine lo posso senz’altro consigliare perché i margini che delimitano alcune predilizioni sono difficili da dover decifrare. La copertina aiuta infine nel desiderio di voler remare verso la loro direzione.

About Duke "Selfish" Fog