Unleashed – Dawn of the Nine

Unleashed, dodicesimo album, serve aggiungere altro? Proviamoci… L’atto della creazione è sacro, pochi elementi, nessun sotterfugio, alla perfezione non serve la “complicazione” per manifestare la propria incorruttibilità. Esattamente come agli […]

Unleashed, dodicesimo album, serve aggiungere altro? Proviamoci…

L’atto della creazione è sacro, pochi elementi, nessun sotterfugio, alla perfezione
non serve la “complicazione” per manifestare la propria incorruttibilità. Esattamente come agli Unleashed che in dato modo hanno deciso di nascere, campare e morire. In campo musicale però tale atteggiamento emette sempre un preciso “scalpore”, non è da tutti seguire le linee guida tracciate anticamente senza provare alcun “fastidio” lungo il tracciato, ci vogliono voglia e coerenza in quantità innate per inseguire un traguardo come fatto da loro (anche da chi vuole stare con loro). Le cose rimaste immobili o poco più (giusto qualche timido spostamento roccioso) mentre i dischi aumentano modificando di volta in volta le speciali e personali classifiche d’ognuno di noi, qualcuno si è stancato e li ha mollati mantenendo però un buon ricordo del passato, altri sono ancora qui invece, gioiosi come non mai nell’atto di assistere questa ennesima nuova nascita.

Dawn of the Nine è il titolo della nuova “divina” partita, dieci nuove fiammanti canzoni pronte ad entusiasmare come meglio oggi non si potrebbe (1991-2015 il nuovo arco temporale creato, gli anni che sanciscono una carriera straordinaria per spirito di coerenza), dieci canzoni che vanno a formare una delle loro migliori opere di sempre (sempre secondo le personali classifiche), con buona pace (adesso meritata pensione) di quei dischi che hanno fatto la storia.

Questo dodicesimo capitolo si presenta subito molto agile, il merito si suddivide ovviamente fra produzione (confortevole, da intesa immediata) e songwriting. Le canzoni sono “le solite” certo, così come i meccanismi deposti subito in rotazione, i segnali da interpretare sono sempre i medesimi e variano logicamente da persona a persona. E’ così che si legge ogni capitolo degli Unleashed, a cuore aperto e divelto, ben sapendo che non ne usciremo mai completamente delusi. Si può dire che avremo solo da guadagnarci in fondo, a volte magari ci “illuderemo” (anche se non perfetto un disco degli Unleashed è pur sempre un disco degli Unleashed, mi sembra quasi di dover trasmettere insegnamenti sull’importanza vitale del bere o mangiare) mentre in altre -come in questo caso- arriveremo a comprendere come non sia tutto così dannatamente scontato.

Dawn of the Nine lo si ascolta ripetutamente, l’esaltazione si muove vivida su quella tracklist-rullo melodico/compressore mica da poco (l’unico neo -ma ho dubbi precoci a riguardo- se proprio lo vogliamo sottolineare è rappresentato dalla title track, l’unica che avrei evitato di mettere). La sete di Unleashed sarà oltremodo soddisfatta (per le “cause perse” bastava forse la copertina) e accudita già dalle note iniziali di A New Day Will Rise, riffing marmoreo ed epico e refrain che si erge sonante e battagliero. Ma il trionfo non piove per caso, la conferma arriva poco dopo con They Came to Die, e quando mi aumentano i giri così (con appresso quelle melodie) non posso che consegnarmi a loro senza opporre resistenza. Il rischio di sprofondare su continue ripetizioni è purtroppo reale quando si affronta la non semplice descrizione (troppo semplice da diventare difficile) di un loro disco da un po di anni a questa parte, ma proseguiamo lo stesso visto che troveremo l’inno Defenders of Midgard (questa finirete col cantarla), o il malefico e ficcante proclama Where Is Your God Now? (con i giri che tornano per mietere vittime). Un leggero calo sarebbe anche perdonabile a questo punto, ma gli Unleashed non hanno intenzione di palesarlo e prima colpiscono duro con la rocciosa The Bolt Thrower (tanto semplice quanto adorabile, autentica spinta in scia al chorus), poi con un terzetto inaugurato dalla fantastica Let the Hammer Fly (un sincero grazie a Johnny Hedlund lo spendo qui) proseguito dall’oscuro presagio Where Churches Once Burned e concluso dalla grandiosa e scorbutica Land of the Thousand Lakes. Anche Welcome the Son of Thor! non molla l’osso intrigando grazie al suo nefasto andamento e un ritornello che si farà sicuramente ricordare.

Che top album sia, perché è giusto premiare determinati percorsi talvolta. Gli Unleashed con Dawn of the Nine dimostrano di avere ancora capacità e abilità in abbondanza, baciati dall’ispirazione sono ancora qui ad impacchettarci il loro brusco e nordico death metal da battaglia. Da prendere senza esitazione alcuna.

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