Ulver – ATGCLVLSSCAP

Il monicker Ulver sta diventando “coerenza nella variazione”, non ci sono altre parole per descrivere un percorso musicale totalmente svolto per i fattacci suoi, dove ogni cosa diventa possibile, imprevedibile […]

Il monicker Ulver sta diventando “coerenza nella variazione”, non ci sono altre parole per descrivere un percorso musicale totalmente svolto per i fattacci suoi, dove ogni cosa diventa possibile, imprevedibile ed intercambiabile. Anche solo partendo dal 2011, da quel Wars of the Roses che stabiliva un nuovo periodo della band (quello dopo la “rivelazione live”) quasi “ordinario” se visto oggi, a maggior ragione se guardiamo a quello che hanno fatto dopo: il disco “cover” Childhood’s End, i live ufficiali, il cupissimo Messe I.X-VI.X e la collaborazione con i Sunn O))). Insomma ne abbiamo viste e sentite tante, così tante che il nuovo ATGCLVLSSCAP potrebbe non impressionare come dovrebbe (già a partire dal titolo), perché oggi come oggi la vera e unica sorpresa sarebbe solo quella di un completo ritorno alle origini metalliche.

Il disco è il frutto di pura improvvisazione, con alcuni suoni conosciuti e altri meno (le parole della band rivelano che 2/3 sono totalmente inediti) pronti a fondersi su di un flusso contornato da soffusa elettronica e acido rock. Note catturate, estratte e manipolate direttamente da una serie di live svolti nel Febbraio 2014, poi assemblate in studio, giusto per dare loro l’immagine di full-lenght (la figura degli Ulver acquista sempre più una fisionomia concertistica). Se poi siete lì a domandarvi quanta voce di Kristoffer Rygg ci sia dentro sappiate che dovrete aspettare la coda dell’album, e quest’ultimo non dura esattamente mezz’ora stropicciata. La sua voce resta ancora ai margini (come sul precedente Messe I.X-VI.X d’altronde) in qualità di spettro osservatore, un potenziale che non viene utilizzato perché è la formula del disco stesso a richiederlo. Gli Ulver con ATGCLVLSSCAP vogliono fare “evadere” e la voce comporta l’effetto esattamente opposto, questa forse la spiegazione più plausibile che riesco a darmi e sul perché venga posta proprio al termine, quasi come se fosse una qualche sorta di “bonus” speciale da condividere con chi “resisterà”.

Vi ritroverete le mani vuote, con i minuti pronti a volare misteriosamente via, la sua particolare gestazione lo rende inoltre un ascolto necessariamente “globale” ed organico, con buona pace del tentativo di frammentarlo in diverse canzoni (soluzione che accetto solo per quando arriva l’acido ma interessante remake di Nowhere -Sweet Sixteen-). Entrare nello specifico mi dà a questo giro un po’ di noia, quindi vi lascerò scritti i momenti che mi hanno lasciato un’impronta ben calcata dentro (anche se non vuol dire praticamente niente lo so), proprio a partire dalla prima –e rarefatta- England’s Hidden, sette minuti introspettivi e “stordenti” che lasciano già intendere ogni vezzo della proposta. Di seguito troviamo il rock etereo di Glammer Hammer ma l’apice lo registrerò solamente durante gli otto minuti di Desert/Dawn (scorci alla Lyckantropen Themes) e sulla leggiadria di Gold Beach. Non posso esimermi dal consigliare la nuova versione di Nowhere/Catastrophe con quella sua mostruosa linea vocale modificata (ma sempre eccellente) e la successiva Ecclesiastes (A Vernal Catnap), unici due pezzi cantati (chissà se sono l’unico ad aver pensato a Planet Caravan per la seconda?) prima del commiato conclusivo con i due efficaci minuti di Solaris. Ma oltre a questo c’è altro con cui sollazzarsi, ogni passaggio potrà infilzarvi il cervello a tradimento, senza il vostro autoritario permesso. In fondo sta proprio li la forza di questo ATGCLVLSSCAP, nella magia dell’imprevedibilità sensoriale.

Inutile spremersi, cercare di racchiuderlo dentro dei voti, ATGCLVLSSCAP saprà cullarvi (quello che spero) o vi annoierà a morte fino all’ultimo dei suoi minuti, tutto sta sul come lo si prende, su come si riesce a vivere una musica volutamente “ambient” ma mai realmente “lasciata andare”. La classe degli Ulver in questo caso va senz’altro premiata. In sole due parole : “dispersione controllata”.

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