Trident – World Destruction

Torna Johan Norman dal passato Dissection, Decameron e Soulreaper. Basta questa presenza per generare un discreto interesse su questa creatura dal nome Trident. Ad affiancarlo ci troviamo due Necrobophic (Tobias […]

Torna Johan Norman dal passato Dissection, Decameron e Soulreaper. Basta questa presenza per generare un discreto interesse su questa creatura dal nome Trident. Ad affiancarlo ci troviamo due Necrobophic (Tobias Sidegård e Alex Friberg) e l’ex batterista dei mai troppo considerati Grief Of Emerald. Insomma, personaggi che hanno sempre dato tutto per il death/black svedese ci riprovano ancora una volta, peccato che i frutti siano -almeno per me- scadenti (e molto stranamente aggiungerei).
Mettere gli individui giusto nel “genere giusto” non è servito a salvare World Destruction, questo bel aldilà di discussioni riguardo passioni/opportunità etc etc. La passione in questo caso non aiuta l’album, il salvagente non viene lanciato lasciando la release ad affogare in acque di circostanza.

Si ritrovano giuste atmosfere e produzione, sembra effettivamente di venire catapultati da qualche parte negli anni 90, ma quello che manca a World Destruction sono -tagliando corto- le canzoni (se devo dirne una da salvare dico Black Velvet Wings). Non riesco a trovare un solo brano completamente salvabile e – anche mettendoci tutto il cuore – non voglio finire col parlarne bene solo per qualche riff riuscito qui e là (l’incompletezza e il fastidio rimangono). La monotonia la fa da padrona e mi costa dirlo perché questo è uno dei rami estremi che ha saputo darmi maggiori emozioni in una vita di ascolti. I Trident riportano la platea ai tempi della No Fashion, tempi in cui si susseguivano capolavori su capolavori, riportando alla mente melodie care ai Dissection e primi Necrophobic/Decameron/Eucharist. Ma più mi dilungo e più scende l’amaro in bocca perché World Destruction poteva essere una delle più liete novelle del 2010, invece finirà in maniera inesorabile nel triste dimenticatoio (certamente nel mio almeno, e “forzare” l’ascolto non è servito proprio a nulla). L’album è intriso nella “svedesità” più totale, si muove fra sfuriate putrescenti e passaggi melodici d’autore, è suonato ed interpretato come si deve, eppure non riesce ad accendere quella scintilla sacra di un tempo, spezza l’entusiasmo. Nonostante tutto è buona la prova vocale di Tobias, ma lasciata lì da sola non fa ne miracoli ne sinceramente fa impazzire.

La domanda quindi è: serviva un disco del genere? La risposta è comunque si, serviva eccome, se non altro per dare spolvero ad un certo filone e per tornare ad un certo splendore compositivo tipicamente svedese (anche se lontanamente accennato). La Regain Records non è la No Fashion (ma meno male che esiste – aggiungo – in quanto rimasta quasi l’unica a credere in un determinato sound) e gli anni novanta continuano a non temere gli esigui attacchi avvenuti dal duemila in poi. Tuttavia qualche anima nostalgica inseguitrice di qualcosa simile ai Dissection (alcuni momenti sono un puro e semplice tributo) e compagnia danzante potrà ancora esaltarsi, ma per questa volta io mi metto da parte e faccio da spettatore. Amarezza.

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Summary

Regain Records (2010)

01. The Trident
02. Jaws of Satan (Spawns of Hell)
03. Nemesis
04. Black Velvet Wings
05. Stockholm Bloodbath
06. Luciferian Call
07. Blackened Souls
08. Slaves to Anguish
09. World Destruction
10. Mephisto

About Duke "Selfish" Fog