Tribulation – The Formulas of Death

Un primo ascolto mi aveva mezzo sconvolto e se devo dirla tutta anche leggermente entusiasmato, perché lo spacciavo -almeno nel mio caso- per il classico album rivelatore di oscure emozioni […]

Un primo ascolto mi aveva mezzo sconvolto e se devo dirla tutta anche leggermente entusiasmato, perché lo spacciavo -almeno nel mio caso- per il classico album rivelatore di oscure emozioni sulla distanza, quello capace di crescere in maniera smisurata nel tempo e solo con i dovuti ascolti. E invece così non è andata, il secondo ripasso andò male anche se restavo titubante, diffidente, dovevo in qualche modo capire “l’epidemia” di voti esagerati dal secondo pargolo di casa Tribulation. Eh si, è stato praticamente osannato ovunque The Formulas of Death ma è riuscito a “toppare” proprio con me che dovrei essere a capo dei suoi estimatori, mi sembra strano stare qui a raffreddare i toni quando loro mi propongono quella voce di subitanea memoria Dissection e pezzi non proprio immediati (a proposito la seconda opera di questi svedesi gira abbondantemente alla larga dal territorio classico del debut The Horror, diciamo che hanno cercato l’evoluzione saltando due/tre fasi guardando anche all’aspetto più melodico della propria terra con scenari alla Dissection o Unanimated) in grado di alimentare puri/vani momenti d’estatico misticismo. Dimenticate quindi le articolazione classic swedish death metal, qui c’è solo evoluzione in corso anche se come genere d’appartenenza viene mantenuto il death metal, solo che lo si infarcisce di malsana e sinistra melodia “in progressione”.

Eppure niente da fare, e anzi, più lo ascolto più ne rimango deluso, è come sentire un odorino delizioso uscire da un brodo che si rivelerà essere appena commestibile, a nulla sono valsi gli illusori ascolti successivi, tutti carichi di buoni propositi ma nada, finiva tutto come iniziava. Rimane indubbio che The Formulas of Death sia un disco da sviscerare attentamente, ci sarà pure un buon motivo per il buon feedback generato, proprio per questo mi tengo su una interlocutoria sufficienza, sia mai che fra qualche anno durante l’ennesimo tentativo qualcosa non cambi. Diciamo pure che in certi casi bisogna tenere più da conto quello che piace agli altri rispetto al proprio, è il grosso dilemma di chi scrive qualche riga d’altronde.

L’ora e un quarto di durata passa fra oscurità, lentezza e uno spirito “vintage” horror che pare essere una scelta impostata su lunghi termini.
Wanderer in the Outer Darkness scardina bene le difese, entusiasma il giusto, purtroppo c’è la sola Through the Velvet Black a tenerle testa dopo (ma solo nella sua prima parte perché poi finisce fra gli sbadigli rovinando quello di bello fatto, un po l’emblema di tutto il disco), il resto finisce ammassato in un cumulo per me indefinito, un pastone dal quale faccio fatica ad uscirne illeso. Non riesco a mantenere alta l’attenzione nonostante qualche spunto riesca a “smollarmi”, ma è sempre troppo poco, e quando ti ritrovi con tanti minuti alle spalle ma “con poco” dentro capisci che il disco con te ha completamente fallito su tutta la linea.

The Formulas of Death si nutre di continue divagazioni, forse sono proprio quelle a spegnere l’entusiasmo, a spezzare i rami di una possibile e completa gioia, perché aldilà di tutto si sente chiaramente quello stampo svedese che ho amato e continuo ad amare tutt’ora. Insomma una cosa in linea con il disco la sto provando, è una sensazione di completo mistero e smarrimento, cose che sono sicuro i Tribulation volessero fornire a più riprese al momento di buttare giù l’ideale principale dell’album.

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