Throes Of Dawn – The Great Fleet of Echoes

Passata tanta acqua sotto i ponti (bisognava tornare indietro al 2004 per Quicksilver Clouds), ma i Throes Of Dawn finalmente tornavano nel 2010 a dare alle stampe un nuovo ed […]

Passata tanta acqua sotto i ponti (bisognava tornare indietro al 2004 per Quicksilver Clouds), ma i Throes Of Dawn finalmente tornavano nel 2010 a dare alle stampe un nuovo ed attesissimo figlio. Voglio subito mettere nero su bianco la mia sorta di venerazione per questa formazione finlandese, sin dai lontani e più ruvidi esordi sino ad arrivare all’evoluzione che li ha avvicinati ad un certo gothic/dark estremamente “raffinato”. I Throes Of Dawn hanno saputo mutare la loro pelle senza snaturare il proprio sound, tanto che li considero come una delle band più personali in circolazione, lo erano sempre stati e lo confermavano anche con questo disco. Inizialmente The Great Fleet of Echoes mi aveva un pochino spiazzato con la sua propensione al “soft”, maggiore rispetto a Quicksilver Clouds e di sicuro ancora più “dark”, in qualche modo era riuscito nell’intento di nascondermi le sue enormi potenzialità ad un primo incontro. Armi ben nascoste, ma che una volta emerse riescono a stregare l’ascoltatore da cima a fondo, senza misure. Non mi sorprende continuare a vedere quanto poco siano capiti e seguiti, e continuo a pensare che la predisposizione alla loro musica rimanga sempre un fattore di primaria importanza per poterli comprendere ed infine amare. Le loro canzoni sono scritte con il fioretto, sono di una eleganza “disumana”, pregne di un lavoro melodico che troppe persone in circolazione possono purtroppo sognarsi. Così era prima, cosi è continuato ad essere con The Great Fleet of Echoes, ennesima perla di una discografia certamente esigua, ma con un senso di compiutezza che poche altre riescono a darmi.

Chi conosce lo stile della band finnica affogherà ancora una volta nel mare di riffs composti a questa tornata dalla coppia Heinola/Ylikoski . Le canzoni confluiscono verso un certo dark/rock sporcato di tanto in tanto da qualche efferata ruvidità mentre Henri Koivula con la sua voce risulta come quella consueta garanzia di base, per il trionfo della loro “eleganza sonora” (lo so che mi ripeto, ma è la parola idonea a descrivere musica e singole sue componenti).
Doppia chitarra, una voce pulita da pelle d’oca, tastiere a fare da collante atmosferico e la ricetta è così compiuta. Conoscete Lycia o Canaan? bene perchè l’iniziale Entropy naviga su tali e leggiadri territori, con un Koivula etereo “da far schifo”, visto come la sua voce riesce a fondersi con la musica in un tutt’uno assolutamente da brivido. Ma è solo l’inizio, ed Entropy è tutto fuorchè il classico brano di apertura, le cose più facili arriveranno solo di seguito. Mi rendo conto che sarebbe estenuante leggere sperticate lodi ad ogni brano, ragion per cui cercherò di essere il più ermetico possibile, partendo dalla seconda Ignition of the Grey Sky, dove le tastiere arrivano a prendere brano per mano sino al classico cambio tempo con cui i nostri si dilettano da sempre. Velvet Chokehold è una canzone “bastarda”, di quelle con un ritornello che arrivi inizialmente quasi ad odiare per quanto è fastidioso, ma che poi puntualmente ti trovi a cantare senza quasi rendertene conto. Soft Whispers of the Chemical Sun è una delle regine del disco, plagia un pochino l’operato più easy dei Tiamat e lo tramuta in un qualcosa dal tiro pazzesco. La melodia principale di Chloroform è diventata per me già storia, roba che ti lascia di sasso lì dove sei. Slow Motion rispecchia in pieno il proprio titolo, lentezza spezzata da parti ritmiche di notevole bellezza. Non ci sono mezzi termini per descrivere la bellezza di We Have Ways to Hurt You, la strofa è semplicemente la migliore del disco e la parte vocale comporta pura e semplice pelle d’oca. Con la seguente Lethe si arriva alla fase più intensa ed emozionate di The Great Fleet Of Echoes, un lento palpitante con sfumature che possono richiamare i migliori Amorphis, non ci sono altre parole per poterla descriverla adeguatamente. La title track offre una vasta gamma di situazioni, cambi di tempo continui, parti clean e “sporche” amalgamate alla grande, e in più suggerisco di prestare attenzione al bellissimo finale lanciato istintivamente da un ottimo pianoforte. L’epilogo lo possiamo considerare “anomalo” quanto l’inizio, con il romanticismo e lo spirito soffuso di un brano arpeggiato, tanta semplicità, ben pochi fronzoli e la consapevolezza di aver ascoltato un grandissimo disco. La melodia vocale di Blue Dead Skies è ciò che ci resterà per le mani dopo cotanta bellezza.

Azzeccata anche la copertina (che non dimentichi facilmente) che colpisce con le sue tinte autunnali, conferisce giusti colori e sapori alla musica. Ovviamente se non digerite o ascoltate dischi prettamente soft/atmosferici è meglio saltare ogni tipo d’approccio, ma aldilà di questo i Throes Of Dawn rimangono ancorati spiritualmente al mondo metal (a mio dire fra i migliori esponenti), anche se in pochi riusciranno davvero a comprendere voto e cotanto entusiasmo, l’auspicio è che qualcuno di questi passi da queste righe per “socializzare” un pò.

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