The Vision Bleak – The Unknown

Un altro disco di spessore per la ciurma The Vision Bleak. Il poco raccomandabile titolo The Unknown bagna così la sesta uscita della formazione tedesca (nemmeno a dirlo sempre sotto […]

Un altro disco di spessore per la ciurma The Vision Bleak. Il poco raccomandabile titolo The Unknown bagna così la sesta uscita della formazione tedesca (nemmeno a dirlo sempre sotto Prophecy Productions), formazione che riesce ancora una volta a “reinventarsi” senza il bisogno di cambiare approccio, sfondo o atmosfera che dir si voglia.

Climi spettrali, componente horror significativa (estrema banalità con loro doverlo stare a specificare), ancora una volta ben marcata e un songwriting vincente, capace di magnetizzare al meglio già al secondo e meglio rodato passaggio. Non sono più una sorpresa i The Vision Bleak e The Unknown in modo “molto fiero” sta lì a dircelo con calma serafica, Konstanz e Schwadorf sono terribilmente ispirati e dopo Witching Hour ci confezionano un altro disco impossibile da ignorare. Lontani i tempi del debutto, ma poco sempre essere effettivamente cambiato, un “poco” che vale il peso di un’esperienza accumulata faticosamente anno dopo anno, nel mezzo dischi pregevoli e sempre pregni di una qualità singolare, tutta loro.

The Unknown non sta a riprendere, a proseguire quelle sensazioni cupe e rituali lasciate dal suo predecessore, pensa piuttosto a “tornare indietro” ma con calma, profondità, esperienza e pensiero. Ogni canzone starà lì a parlare, ad “eseguire” una maturità fortemente respirabile sino all’osso (sottolineata da linee vocali abbastanza imprevedibili, giostrate al meglio fra ruvidità e pulizia), capace di crescere dopo un primo –e magari poco convincente, lo concediamo- ascolto.

Sono nove i brani che andranno a comporre The Unknown, se togliamo l’introduzione e i due pomposi minuti strumentali di Who May Oppose Me? (aaah, lo spettro Empyrium che aleggia) ci rimangono per le mani sette pezzi potenti ed autoritari, sufficentemente vari (anche se è una caratteristica che di solito non chiediamo loro devo dire che nel loro orticello riescono a spaziare abbastanza), alimentatori di sane emozioni che finiremo puntualmente per scandire teatralmente una volta imparate.

Passeremo dalla pungente From Wolf to Peacock (penetrante ed intensa) alla “totale hit” The Kindred of the Sunset (non avrebbe sfigurato sul disco di debutto, potrei sentirla decine di volte senza stancarmi) prima di tuffarci dentro le oscurità di una title track via via sempre più convincente. Ancient Heart continua a scandagliare le profondità facendoci godere su un ritornello studiatissimo, The Whine of the Cemetery Hound ci catapulta invece su territori doom, un emotivo piatto misto fra essenza The Vision Bleak e materiale Type O Negative/Candlemass, un brano che imparerete a definire quantomeno “sacro”. How Deep Lies Tartaros? appare come la più imponente del lotto (sulla falsariga di From Wolf to Peacock direi), e lascia il compito di chiudere a The Fragrancy of Soil Unearthed e al suo “divin trasporto”, fra magiche strofe e passaggi epici un nuovo cavallo di battaglia sarà pronto a prendere fieramente posizione sul campo (cosa è poi quel finale…).

Un nuovo strike per i The Vision Bleak, The Unknown porta avanti le loro notturne storie al meglio (lasciatevi a tal proposito sedurre dalla copertina) sfruttando le classiche potenzialità senza mai annoiare, cosa non proprio da tutti se andiamo a vedere, appaga i gusti ed esplora un mondo che sembra avere ancora molto da dire.

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