The Ugly – Decreation

Le alternative si sa, a volte sono esattamente ciò che rappresentano, diventano funzionali solo in qualità di “pezze temporali”, non sono fondamentali e il nostro meccanismo dopo averle al meglio […]

Le alternative si sa, a volte sono esattamente ciò che rappresentano, diventano funzionali solo in qualità di “pezze temporali”, non sono fondamentali e il nostro meccanismo dopo averle al meglio fagocitate fa di tutto per cercare d’espellerle. Quante volte un disco o una band è passata attraverso questo naturale processo? E pensare che magari ci erano pure piaciuti non poco!
I The Ugly sono qui per amplificare -o tentare di modificare- per quanto possibile tale fattore. La formazione arriva con Decreation al suo secondo disco in carriera (il primo si intitolava Slaves to the Decay, 2008), ed innalza un nuovo vessillo d’arte oscura, black metal veloce e melodico secondo coordinate esatte impartite della sua nazione, “l’alternativa” costruita per poter rimanere ed impressionare, una malevola breccia scolpita nella memoria. Da qui voglio partire per sottolineare l’ottima qualità di questi nove brani, tre quarti d’ora che non cedono mai spazio alla noia o al peggiore dei fastidi. Il disco è una fonte inesauribile ma soprattutto costante nell’emissione di un certo getto, il magnetismo parte subito e li rimane a fluttuare sino a quando le ostilità non si dichiareranno concluse.

Decreation è ciò che stavano aspettando gli orfani di un album “da bava alla bocca” come Diabolical di marca Naglfar (vi aspetto in prima fila), ma anche chi nutre simpatie per gli oscuri anthem Necrophobic o le frustrate dei Marduk più “aperti” troverà materiale da poter razziare a volontà. Eh si, qui si respira proprio un’aria razziatrice, da respiro bloccato, da tortura sotto i nostri occhi con l’uso speciale di braci ardenti in perenne stato di attività.

Le accuse che possono venir mosse a Decreation sono due e molto semplici da argomentare. La prima è l’effettiva poca personalità praticata dai The Ugly, tenetevi dunque pronti, perché non troverete niente di nuovo (nemmeno un vago, impercettibile e lontano accento) che non avrete già sentito altrove, ma per come la vedo io, in questi casi la differenza sta solo nel saperlo. L’altro grande problema è costituito dal grande “blocco” formato dell’insieme delle canzoni, non ci sono mai cambi repentini o divagamenti improvvisati atti a cambiare un pochino le cose, la volta che partirà l’opener I Am Death le sorprese saranno praticamente già finite (e andate in pace,godetevi la carneficina). Decreation per poter piacere dovrà diventare a forza una presa di coscienza, la “crociata” che vogliamo veramente vivere o intraprendere, perché se il “battesimo” sarà produttivo, ci saremo ancora dentro sino al collo quando la nona candelina Lögnerna till Aska si spegnerà.

Bellezza, bellezza ovunque, l’abbraccio ridondante di I Am Death è messo lì appositamente per confortare, per aprire e spalancare i cancelli al resto delle orde. Alta e blasfema Black Goat (quanto è bello il riffing), pungente e selvatica Legio Mihi Nomen Est. Nessun consiglio viene preso in considerazione, si prosegue a testa bassa senza spegnere mai i macchinari con Crawl, la scandita Cult of Weakness e Slumber of the God. La title track si sofferma a scavare senza accennare modifiche al modus operandi, mentre in coda ci verranno riservate le traccie più lunghe (sei minuti cadauna), la tortuosa Nibiru e il veleno perpetrato da Lögnerna till Aska (la prima si contende silenziosamente un posto sul prestigioso podio).

L’avviso dovrà venir posto in evidenza perché 45 minuti così non sono pochi ma soprattutto non sono assolutamente facili da reggere. Questo rende Decreation una sorta di dedica alle “vecchie volpi”, un vino dal gusto particolare che potrà soddisfare pienamente solo coloro che ne hanno viste e sentite molte. Io ci sono caduto dentro a peso morto, come non adorare la Svezia quando se ne viene fuori con robe così.

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