Who Dies in Siberian Slush / My Shameful – The Symmetry of Grief

Avevo adocchiato lo split The Symmetry of Grief da diverso tempo ed ero veramente molto curioso a riguardo, curioso di vedere riunite due entità dai risultati “opposti” (almeno per quanto […]

Avevo adocchiato lo split The Symmetry of Grief da diverso tempo ed ero veramente molto curioso a riguardo, curioso di vedere riunite due entità dai risultati “opposti” (almeno per quanto mi riguarda) dentro lo stesso cd. Quali sensazioni avrei estrapolato? Quale sarebbe stato il responso? Bene, finalmente ci sono arrivato sopra e posso in qualche maniera dire la mia.

Da una parte i miei adorati My Shameful, dall’altra i mai veramente convincenti Who Dies in Siberian Slush, cosa aspettarsi se non l’esatto opposto delle aspettative? Ebbene si, a questo giro sono stati proprio i secondi (ed iniziatori del qui presente The Symmetry of Grief) a catturarmi per la maggiore, forti di una qualità spiccata, manifestata coraggiosamente anche tramite l’uso di strumenti poco convenzionali come trombone e flauto (la musica acquisisce un colore diverso, piacevolmente inedito per loro). Il senso di distacco dato dalla loro musica resta lì, come tratto o caratteristica inconfondibile, ma il gusto questa volta ringrazia non poco, soprattutto grazie alla opener The Tomb of Kustodiev, una sorta di marcia tanto “dissestata” quanto sommessamente catalizzante. La costanza premia anche i qui quieti My Shameful e le loro due canzoni The Land of the Living e Downwards, “esercizi” impeccabili come il loro nome impone ormai da tempo (“ci vado sotto” con gli intrecci della prima citata in maniera particolare).

Concepire uno split in territorio funeral death/doom non è esattamente così semplice, più che da altre parti -e situazioni- la cosa risulta un pochino più complicata a mio modo di vedere. Arriveremo a chiederci come sarà lo stacco fra le due parti o se le atmosfere riusciranno a fondersi al meglio, sino ad arrivare al possibile “fattore novità” che in tal campo risulterebbe addirittura spinoso. Ma come sempre fasciarsi la testa prima del necessario complica dannatamente le cose, i trentacinque minuti protagonisti scorrono via più che bene, nonostante l’immagine di completezza non risulti mai “reale” (cosa assolutamente necessaria per questo specifico genere).

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