The Pete Flesh Deathtrip – Svartnad

Secondo disco per il rinnovato nome The Pete Flesh Deathtrip e secondo centro rivelatore di pura ed autoritaria essenza svedese. Il nuovo Svartnad è un ottimo e continuativo secondo passo, […]

Secondo disco per il rinnovato nome The Pete Flesh Deathtrip e secondo centro rivelatore di pura ed autoritaria essenza svedese. Il nuovo Svartnad è un ottimo e continuativo secondo passo, da che parte lo si giri appare evidente il trait d’union con l’esordio Mortui Vivos Docent, ma al contempo sussiste una voglia di trasmettere sensazioni dal taglio più oscuro e dichiaratamente meno immediato, proprio per questo la nuova creatura avrà bisogno di più giri per poter suscitare quelle emozioni che in precedenza arrivavano da sole e in presa pressoché diretta. Però questo non vuol dire che Svartnad sia di un livello inferiore, anzi se ci armeremo della necessaria pazienza impareremo a comprendere la sua speciale magia, magia che lo rende praticamente un”pari valore” del –per me- fortunato debut (ognuno si farà le sue piccole percentuali a riguardo, ma non vedo validi motivi di abbandonarli se l’esordio era piaciuto).

Su Svartnad c’è materia classica, ci sta l’anima dei Celtic Frost a dettar legge, e c’è un pizzico di Samael misto alla mistica Grecia dentro un mare di Svezia. Insomma l’album riesce a dichiarare con forza la sua paternità senza omettere un debole per altre importantissime correnti. Qui trae la sua essenza, la sua paziente forza animata da una tracklist che mai si farà prendere in contropiede, mai si farà trascinare nella violenza senza senso o nella velocità ad ogni costo. L’attenzione sul dettaglio è lampante, studiata a fondo durante la stesura delle preziose fondamenta.

Le chitarre tessono trame pazienti (pungenti abbracci), la roca voce di Pete Flesh è l’arma atta all’intrusione, non esce mai dagli schemi che crea, schemi che ben presto impareremo a riconoscere ed approvare (l’inizio con In Ruinam Iniquitas e la title track finale non a caso stanno a rappresentare i più fulgidi esempi). La tracklist è così ben diluita che potrete trovare i brani migliori verso la conclusione (andrà ovviamente a gusti, i miei al momento recitano a gran voce il duo formato da The Winter Of The Wolves e She Dwells Into The Dark), ma il “potrete” potrà sovvertirsi facilmente sulle note delle prime Burial Shore, All the Serpent e The Sun Will Fail.

The Pete Flesh Deathtrip prende l’abitudinario e tenta di modellarlo a suo gusto e piacere, cercando di implementare nella maniera più consona e possibile la sua speciale e rocciosa anima all’interno. Svartnad diventa così una nitida dichiarazione d’amore per uno stile, una dichiarazione che mai rinuncerà al sacro fuoco della creazione, e della voglia di costruzione attraverso lo sfruttamento della pazienza in sede di ascolto (e badate che dischi del genere non è che si trovino lungo la strada ogni giorno). Dopo mille pensieri ho deciso di dare qualche millesimale punto in più rispetto a Mortui Vivos Docent, pochi affascinanti punti che valgono certamente poco, ma che determinano anche l’ascesa verso la categoria dei dischi migliori del momento dentro questa webzine.

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