The Crown – Doomsday King

Correva l’anno 2010 e si avvertiva nell’aria un certo bisogno del come-back dei gloriosi The Crown (non uscivano allo scoperto dal 2004 con Crowned Unholy), ci voleva per disparati motivi […]

Correva l’anno 2010 e si avvertiva nell’aria un certo bisogno del come-back dei gloriosi The Crown (non uscivano allo scoperto dal 2004 con Crowned Unholy), ci voleva per disparati motivi anche se -tirando le somme- Doomsday King non risulta essere così eclatante o “speciale” come lecito era attendere.

I The Crown dopo il cambio di monicker (per chi vivesse sulla luna i primi due full-lenght portavano il nome “allungato” di Crown Of Thorns) avevano calato un poker assolutamente pauroso, fra il 1999 (uscita di Hell Is Here) e il 2003 (Possessed 13), quattro dischi che vedevano nascita e sviluppo del loro classico stampo, divenuto nel tempo se non “unico”, quasi. Dopodiché la decisione di sciogliersi per tornare solamente al rintocco del 2010 (più o meno sette anni di assenza) con Doomsday King, un album pieno di “voglia di far male” e di quel sound che ha saputo renderli noti sulla bocca di molti.
I protagonisti d’altronde sono sempre i medesimi, l’unico assente è il buon Johan Lindstrand, assenza non da poco vista l’impronta “acidosa” della sua voce, caratteristica che aveva contribuito non poco all’unicità della loro musica. Poco male però, a sostituirlo ci pensa Jonas Stålhammar (già con God Macabre e Utumno), una decisione che appare da subito chiara, basterà infatti ascoltare una qualsiasi strofa per capire quanto la scelta sia stata ponderata alla radice, su basi sicure e di livello. Lo scream di Jonas recita così la perfetta imitazione di quello di Lindstrand, questa scelta potrà apparire a molti “sbagliata”, ma se questo disco finirà per “mancare il decollo” non sarà di certo per colpa della nuova veste canora..

Doomsday King è una specie di auto-tributo, un regalo fatto dai The Crown a loro stessi, sicuramente se li avete adorati esulterete come bambini a cui si dà un grosso lecca lecca. Lo stile, ogni particolarità della loro arte passata torna in vita tale e quale a prima, senza fronzoli, esattamente come piace a loro. Thrash/Death grezzo, pazzo e “fuori dalle linee”, dotato di quello spirito “rockeggiante” che da sempre li contraddistingue, dieci brani che vi tramortiranno, facendovi fischiare le orecchie.
Il grado di astinenza e quello del ricordo dei lavori passati saranno state armi di valutazione determinanti, che ognuno di noi avrà usato ai tempi della sua uscita, ovviamente se lo paragoniamo ai dischi passati lo scontro risulterà  impari, Doomsday King le prende quasi sotto ogni punto di vista, restando in piedi degnamente solo per i primi corrosivi minuti. Se invece ci fermiamo a ragionare e pensiamo: “meglio averli morti, o meglio averli con questo album sottomano?” la risposta sarà sempre diversa da individuo a individuo, ma sono pronto a scommettere che in tanti sotto sotto si faranno del sano headbanging spensierato con questo manipolo di nuove “canzonette” (e magari a qualcuno scenderà pure qualche lacrimuccia).

Le prime quattro in scaletta ripresentavano i The Crown in forma smagliante, la title track come nuova hit, mentre le seguenti Angel Of Death 1839 (echi e tributi agli Slayer non solo nel titolo), Age Of Iron (altro clamoroso anthem) e The Tempter And The Bible Black rappresentano l’ossatura “forte” di tutto Doomsday King, poi il disco inizierà un lento ma pur sempre dignitoso calo. Mi preme comunque citare anche le ultime due From The Ashes I Shall Return e He Who Rises In Might From Darkness To Light, brani incessanti, che non versano il minimo attimo di respiro durante i loro sei minuti di durata.

Evidenza, nostalgia e passione, sono questi i grandi dilemmi di questo rientro.  Alla fine mi sento in qualche modo soddisfatto dal “gettone discografico”, in fondo ascoltare i mirabolanti affari della coppia Sunesson/Tervonen non capita tutti i giorni, quindi godiamone nonostante tutto, non buttiamo niente.

About Duke "Selfish" Fog