The Crown – Cobra Speed Venom

Dovevano ancora dimostrare la necessaria forza, quella forza che da sempre li aveva contraddistinti con non poca singolarità sino al 2004. Gli svedesi The Crown non avevano di certo entusiasmato […]

Dovevano ancora dimostrare la necessaria forza, quella forza che da sempre li aveva contraddistinti con non poca singolarità sino al 2004. Gli svedesi The Crown non avevano di certo entusiasmato con i ritorni Doomsday King e Death Is Not Dead (stranamente il ritorno dietro il microfono di Johan Lindstrand non migliorava neppure le cose) ed erano dunque attesi in un particolare scenario da “salto nel vuoto”. Le domande imperversavano: le carte se le erano giocate davvero tutte? Oppure il duo Olsfelt/Tervonen aveva ancora conigli sparsi nel cilindro da tirare fuori al momento opportuno?

Il risultato degli ultimi sforzi è dunque il qui presente Cobra Speed Venom, un lavoro che riporta decisamente in carreggiata i The Crown, e pazienza se non si può ancora gridare al miracolo come si vorrebbe, era troppo importante ripartire, ricostruire quel ponte crollato che separa i The Crown di oggi da quelli delle prime sette -o più- fatiche.

Cobra Speed Venom da l’idea di lavorare per un bene comune e da questo punto di vista risulta di vitale importanza la produzione ai sempre cari e chirurgici Studio Fredman. Il disco giova anche del graduale inserimento del chitarrista Robin Sörqvist, che oltre a firmare tutti gli assoli si è preso pure l’onore di scrivere di proprio pugno due intere canzoni (World War Machine e Rise In Blood). Di contro sembrerebbe essere “poco ingombrante” la presenza di Lindstrand che oltre alla prova canora (che invecchiando prende un gusto tutto suo come un buon whisky) mette mano alle liriche di soli tre pezzi. Ma queste sottigliezze decadono all’istante e di fronte al fragoroso piacere di poter ascoltare brani del calibro di Destroyed By Madness, Iron Crown o Necrohammer. I The Crown affilano le armi e l’impianto le fa vibrare al meglio, il genere? Serve davvero specificarlo? Il solito!

Grezzi e sporchi e amanti di soluzioni immediate ed abrasive. I The Crown sono questi e Cobra Speed Venom è qui per ricordarcelo con autorità. Come non esultare poi sulle note di un anthem come In the Name of Death o su quelle viscide e velenose della title track? I due brani scritti da Sörqvist portano invece una ventata di diversità rispetto al timbro classico della band, timbro che ritorna poi (ma a suo modo) tramite certe “stranezze” a ci hanno da sempre abituato, nella fattispecie queste sono la strumentale Where My Grave Shall Stand e l’ultima, lunga ed intricata The Sign of the Scythe (beh, tutti hanno un modo di essere epici a modo loro), canzone da far girare più e più volte, ma che infine -ne sono certo- darà le sue belle soddisfazioni.

Cobra Speed Venom non si nasconde, ci prova a forzare e il lavoro gli riesce pure bene. I The Crown fanno così risuonare il loro corno annunciandosi a dovere. Il consiglio è senz’altro quello di “raccogliere”, accompagnato però da quello di tenere la testa libera rispetto a controproducenti paragoni con il passato, giusto per non rovinarvi troppo l’appetito ecco.

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