The Big Jazz Duo – Enemy

L’Italia con questo disco depone una nuova cartuccia nel caricatore, il tempo saprà indicarci direzione e tipo di danno, nel frattempo l’unica cosa certa è che ci ritroviamo per le […]

L’Italia con questo disco depone una nuova cartuccia nel caricatore, il tempo saprà indicarci direzione e tipo di danno, nel frattempo l’unica cosa certa è che ci ritroviamo per le mani un debutto importante, che in poco più di mezz’ora svolge adeguatamente il suo lavoro. Enemy ci vede esposti e volontariamente intrappolati dentro il suo loop, una serie di colpi granitici che non concederanno alcuna tregua nella loro depravata furia. Nell’ascoltarlo ho subito pensato ad una sorta di “anello mancante” (o definiamola pure “alternativa”), il pezzo giusto per un ideale terzetto tutto all’italiana che li vedrebbe ipoteticamente coinvolti assieme a The Modern Age Slavery e Fleshgod Apocalypse. Nella mia testa è come se i The Big Jazz Duo rappresentassero la giusta unione -certamente ancora grezza con pro e contro del caso- fra queste due “potenze” nostrane, di rimando se già le conoscete saprete già come meglio agire per ottenere un nuovo/alternativo massacro alle suddette.

Enemy avrà la chiara capacità di travolgere, così come un fiume in piena non nasconde i propri intenti, si presta al massacro ma conserva alcuni trucchetti giusto appena sotto il livello dell’acqua, cose pronte per essere scorte o appena percepite, fatte per catturare il momento. E i The Big Jazz Duo ci riescono, perché prima ti stordiscono cuocendoti per bene nel loro liquame (il loro incedere è inarrestabile, molte volte i colpi vengono condotti alla cieca) ma poi sanno anche come “bloccarti” per farti provare alcuni spasmodici attimi emotivi, momenti che quasi ti faranno rinsavire, mostrandoti tramite brevi “flash” un mondo marcio e fatto a pezzi, ovvero l’esatta dimensione di ciò che stai calpestando in presa diretta inconsapevolmente.

La Fire Was Born Records si ritrova così per le mani un pargoletto tutto da coccolare. La produzione è certamente un altro punto forte del disco (profonda e chirurgica) ma anche la copertina contribuisce nello spargere immediata attenzione (fascino sinistro, una compostezza che fa subito presagire o pregustare nefandezze belle e buone). Insomma Enemy ha tutte le carte in regola per solleticare su diversi piani, e l’entusiasmo non potrà che crescere di fronte al pensiero di essere al cospetto del loro primo disco (lo ripeto sempre ma è una cosa che non va mai trascurata, giochini e paragoni vari arriveranno magari in seguito).

La variopinta prestazione vocale balzerà subito agli onori. Assistiamo ad una pelle in continua mutazione, condannata nel buttare fuori ogni sorta di maledizione ricevuta precedentemente. Ma l’insieme macina, tesse e demolisce, scortica senza preoccupazioni, nel fare tutto questo la band manomette pure i freni (qui un punto sicuramente nevralgico, come se la band conoscesse solo la “foga” di una pazza discesa) creando una situazione da “zero rimorsi”. Ma poi come lampi appaiono le tastiere (ben dosate, spuntano ma non dominano mai), e li verremo colti alla sprovvista, presi di petto ed ingigantiti, lanciati su fili imprevedibili (in maniera speciale quando ci affiancano un bel tempo lento e pesante).

Alla fine si potrà definire Enemy in una sola e semplice parola: “istinto”. I discorsi riguardanti il songwriting possono al momento farsi da parte (nove canzoni uniformi), perché quest’invasione va accolta in consapevole agitazione, senza brani preferiti e con l’uso della sua intera corazza.

About Duke "Selfish" Fog