Textures – Dualism

Ho sempre avuto un debole per gli olandesi Textures, scovati e allevati con cura nel tempo (il primo e bellissimo Polars risaliva al 2003) dalla Listenable Records. Il 2011 era […]

Ho sempre avuto un debole per gli olandesi Textures, scovati e allevati con cura nel tempo (il primo e bellissimo Polars risaliva al 2003) dalla Listenable Records. Il 2011 era diventato il tempo per il “grande salto” su Nuclear Blast, con i ragazzi che non si lasciavano di certo sfuggire l’occasione, sfoggiando la consueta carica ritmico/melodico/progressiva che tanto fortuna aveva portato loro, il bersaglio veniva centrato ancora una volta, con la loro discografia pronta a ringraziare. Ma il cambio di label non rappresentava l’unica novità in casa Textures, la line up veniva difatti “stravolta” ma solo in parte, con gli ingressi del nuovo singer Daniel De Jongh e del tastierista Uri Dijk (subito pronti a dare la loro impronta).

Penso che saranno in pochi (per l’ascoltatore medio dei Textures e nonostante l’intricatezza) a non digerire veramente Dualism, grossomodo la band mantiene le medesime coordinate, anche se un occhio di riguardo al versante melodico viene sicuramente riservato con cura a dir poco maniacale. Il merito va certamente al nuovo cantante -perfettamente convincente nella duplice veste- davvero a suo agio quando c’è bisogno di esprimere sentimento con il suo gorgheggio pulito. Ciò è stato sottolineato con assoluta convinzione dalla scelta di girare il video promozionale per la canzone più easy -e priva di ogni minima pennellata estrema- Reaching Home.

Sono ormai lontane le sfumature melodic death degli esordi, non cambiano invece le strutture care alla metodologia Meshuggah (affiancate da un immaginario metalcore) da sempre autentico marchio di fabbrica della band. A dire il vero si avverte anche una certa voglia di allontanarsi da un ormai (forse) troppo scomodo paragone,  i tentativi sono davvero molteplici durante l’ascolto della proprio non semplicissima fatica.
Una gestazione prolungata è senza dubbio richiesta vista la fatica per entrare in sintonia con la maggior parte dei brani (altri invece entrano in testa quasi istantaneamente), ma come consuetudine alla fine saremo premiati, così ben investiti dalla solita ingente quantità di “botte” e idee.
Produzione ovviamente al top, ascoltare chitarra, basso e batteria è una pura quanto semplice goduria. Tutto pulsa e vive al meglio e in un men che non si dica saremo già li a sbatacchiare la testa su riff nervosi e disconnessi. La duplice veste vocale è praticamente onnipresente, e una delle migliori interpretazioni a riguardo ci viene data proprio dalla traccia d’apertura Arms Of The Sea. Ovviamente non sono da dimenticare le tastiere, fondamentali (ancora una volta) nell’economia musicale della formazione, pronte come sono ad intrufolarsi in ogni minimo spiraglio tenuto “nascosto”.

Su Dualism emerge forte e chiara la voglia di “essere grandi” (ancora più accesa rispetto al passato), ciò emerge nella cura di brani come Black Horses Stampede (una delle più corte ma non per questo meno interessante) e nella già accennata Reaching Home (cavolo, provate a togliervela dalla testa, io ogni volta faccio una fatica..). Selvaggia ma ariosa l’ottima Sanguine Draws the Oath, perfetto esempio di pezzo “silenzioso” che finisce con fare voce grossa in capitolo. Si torna poi al lato soft con Consonant Hemispheres e ancora una volta i Textures si dimostrano totalmente convincenti (oltre che avvolgenti) in questo tutto sommato non facile campo d’azione. La strumentale Burning the Midnight Oil (gradevole toccasana) spacca l’album in due liberano una seconda parte leggermente inferiore alla prima (ma sono solo sottigliezze personali). Tutta l’ispirazione progressive emerge in Singularity (a conti fatti rimane l’unica che ancora devo recepire al meglio, però il finale è da sinceri applausi), Minor Earth, Major Skies risulterà come affresco dal trasporto “spigoloso” mentre Stoic Resignation pensa ad offrire sostanza al tutto (in particolare spiccano per bellezza le parti vocali). Sketches from a Motionless Statue chiude con vigore, dando riflessi vagamente “grassi”, lasciandoci prede di una sbornia fatta di tecnica e sentimento non da poco.

Dualism è cosa che va seguita attentamente e mai senza distrazioni, potrà sicuramente annoiare, portare all’esaurimento, ma non si possono non considerare impegno e ricerca continua messi in pratica, azioni congiunte ai fini di ottenere il meglio possibile in ogni momento.

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