Testament – Dark Roots of Earth

Andiamo a parlare -con colpevole ritardo- di Dark Roots of Earth, decimo studio album per Chuck Billy e compagni (accompagnati per l’occasione da Gene Hoglan alla batteria), disco che arriva […]

Andiamo a parlare -con colpevole ritardo- di Dark Roots of Earth, decimo studio album per Chuck Billy e compagni (accompagnati per l’occasione da Gene Hoglan alla batteria), disco che arriva a ben quattro anni di distanza dal precedente The Formation of Damnation.

Il periodo di sperimentazione è dunque terminato in casa Testament,  sia quello di stampo melodico (The Ritual) che quello  “brutale” (Low/Demonic) e se vogliamo pure quello “perfezionista” (The Gathering). I Testament di oggi sembrano voler fare considerevoli passi indietro restando però con i piedi ben piantati ai giorni correnti grazie ad una produzione piena e corposa, il risultato di questa nuova fatica suona come una versione riveduta e potenziata del periodo Practice What You Preach/Souls Of Black. Con loro bisogna fermarsi un attimo a riflettere, se siete rimasti ad esempio delle “vedove inconsolabili” di un The Gathering, e siete ancora li ad attendere un suo degno seguito è meglio riporre fin da subito le speranze in un angolo, non ci sarà -molto probabilmente nemmeno in futuro, ma mai dire mai- un ulteriore avanzamento, un ulteriore sfida a loro stessi o per farla più breve una qualche sorta di  “evoluzione” di quell’era, la formazione Americana ha deciso di affidarsi al proprio marchio consolidato senza uscire dall’orticello di un songwriting senz’altro buono ma chiaramente “essenziale”. I Testament hanno deciso in questa sede di essere nient’altro che i Testament (!!??) buttando fuori con Dark Roots of Earth un disco in grado di soddisfare certi pruriti certo, lasciando però lo stupore a dormire sonnellini beati e sereni. Quest’ultima frase tuttavia va intesa in doppio senso, una sorta di duplice verità, ovvero “dimmi che persona sei e ti dirò se questo album è per te” perché i Testament un buon lavoro lo tirano ad ogni modo sempre fuori (e ci mancherebbe il contrario), le nove canzoni sono tutte a loro modo belle e ciò giustifica senz’altro un buon voto e il conseguente acquisto. Certo è che se dentro di voi avete la “convinzione innata” che da loro -ancora oggi- ci sia da aspettarsi ancora di più è lecito ricevere in cambio delusioni cocenti o poco meno, ma a questo giro scavando-scavando questi vecchietti sono riusciti dell’intento di farmi stare bene, anche la parte finale del disco che per forza di cose risulta come dire “meno fulminea” riesce a dire la propria alla lunga distanza, ciò che prima sembrava estremamente banale o ripetitivo comincia a calzare come un guanto e alla fine -per quanto mi riguarda almeno- non si può proprio parlare di flop o anche lontanamente di quelle parti lì .

Il tipico riffing della coppia Peterson/Skolnick è sempre quello, un tratto distintivo che riesce ad emergere -come al solito- anche quando si tratta di tirare fuori assoli melodici e ficcanti. Le prime songs in scaletta colpiscono grazie a refrain potenti e rabbiosi (Rise Up una grandiosa opener, Native Blood invece dà tutto nel suo ritornello mentre True American Hate rappresenta uno piacevole sfogo primordiale) le strofe invece sono pure e limpide Testament costruzioni secondo sacra ed immutata tradizione.
Tutto è al posto giusto, tutto è pulito mentre Chuck Billy offre la sua consueta personale prestazione, stra-melodico dove serve, aggressivo quando c’è da tirare fuori la giusta rabbia, in studio la sua voce continua ad essere un autentico e “vertiginoso” piacere. Le canzoni nel tempo cominciano a delinearsi, cercano per quanto possibile di variare impercettibilmente l’impatto di volta in volta, così non potranno che balzare all’orecchio i diversi approcci tra Rise Up, True American Hate, A Day in the Death, Cold Embrace (quando i Testament si mettono a scrivere pezzi “romantici” tirano fuori sempre qualcosa di eclatante, aldilà di ciò grazie a Mr.Billy per la toccante prestazione) o Last Stand For Independence. Tutti pezzi di un puzzle ben definito, pensato e poi proposto, l’immagine che ne scaturisce è di “ragionata calibrazione”, un potente “déjà-vu” Thrash Metal che ti spiattella in faccia tutta la sua classe (un brano che più di tutti vale per tale discorso è Man Kills Mankind).

Suonare -in maniera pur sempre personale-  e da Testament non può essere una condanna dal mio punto di vista, Dark Roots of Earth è un bel disco che va a raggiungere le posizioni “secondarie” subito dietro ai loro capolavori. Anche nel 2012 restano fermi come sentinelle a difesa dell’ideale Thrash Metal, un bel modo d’invecchiare senza farlo notare troppo.

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