Tankard – R.I.B.

-Hey A.R. lo sapevi che è uscito il nuovo disco dei Tankard? –“oh, bene! Ma adesso…vogliamo parlare di musica?” Avrei voluto proseguire un dibattito con il mio collega di webzine […]

-Hey A.R. lo sapevi che è uscito il nuovo disco dei Tankard?

“oh, bene! Ma adesso…vogliamo parlare di musica?”

Avrei voluto proseguire un dibattito con il mio collega di webzine ancora più a lungo, ma purtroppo non ha avuto la forza di procedere ulteriormente.

 
Prosegue il percorso su quella strada dritta, priva di pericoli e quindi estremamente sicura al 100%, quella “dell’oro alcolico” e chissà quanti ancora saranno lì ad abbeverarsi contenti come non mai, pronti a recepire i nuovi inni preparati per l’occasione da Gerre e combriccola. Ma dall’altra parte ci sono gli “amanti delusi”, quelli magari un poco più realisti il cui sguardo va oltre il “solo” ed unico divertimento che la band vuole dare. Va bene costruire una carriera su semplici e consolidate basi, ma davvero la si può portare avanti così a lungo senza la più piccola variazione lirico/musicale? Beh, questo è un “problema” che affligge parecchie band, anche di più famose, ma è davvero possibile “rimanere schiavi” di una bevanda in tal modo da renderla la principale protagonista di ogni nuovo disco?
La risposta è si, la scelta è del gruppo e quindi per forza di cose giusta visti i traguardi raggiunti, intento e missione sono chiari, così sinceri da arrivare quasi a dubitarne, a noi tocca “solamente” parlarne, e più il tempo passa, più i dischi escono in successione dalla loro fotocopiatrice più diventa automaticamente difficile discuterne. Facendo scattare questo semplice ragionamento ne consegue uno più preciso, ovvero : “non serve parlarne“. Il seguace dei Tankard non ha aspettative, o meglio le uniche aspettative sono quelle di poter cantare qualche nuovo (potremo anche dire vecchio o riutilizzato) inno sbevezzando in compagnia come se non ci fosse un domani. E allora mandiamola avanti “la carretta”, diamogli ciò che vogliono perché in fondo abbiamo contribuito noi a crearli così no? E poi in fondo bisogna pur sempre divertirsi, sai che noia prendersi sempre sul serio.

Probabilmente sarà il tipo di persona che siete (aldilà dei propri generi preferiti) a decidere quanto vale la pena di ascoltare ancor oggi i Tankard. C’è che si è rotto le scatole dopo i primi loro capolavori, chi è riuscito ad andare avanti ancora un pochino (magari a stento) e chi invece è arrivato sino ad oggi senza avvertire la minima stanchezza. Io sono rimasto sempre un po distaccato dalla band anche se ogni tanto l’ascolto di qualche pezzo risultava pur sempre terapeutico. Ultimamente -come si dice- li ho persi un po per strada, questo forse il motivo principale per il quale il primo ascolto di R.I.B. è stato così fortemente positivo. Poi si ritorna sempre li, quando arriva il momento di analizzare in solitaria un qualcosa che invece ti vuole “in branco”, ubriaco ed irriverente le cose cambiano un pochino, inizi a far caso alla troppa somiglianza dei brani fra di loro, poi degli stessi con i dischi prima (a cambiare sono solo i refrain, e secondo me partono a costruire il pezzo proprio da quelli) e finisci ben presto a sminuire il prodotto che hai sotto la lente d’ingrandimento, anche se poco prima ti aveva fatto tutt’altra impressione. Rimanere completamente “bilanciati” diventa difficile ma cercherò di esserlo perché R.I.B. ha i soliti difetti ormai inutili da elencare e gli altrettanto soliti pregi.

Intanto il disco ama (con le relative immediate tempistiche) prendersi del tempo, non dal lato “easy” perché probabilmente sarete già li a cantare i ritornelli durante il primo ascolto, ma da quello dell’impatto, fatte eccezioni delle prime due che sono in qualche modo più “serrate” (giusto per non dire “violente” rischiando di sviarvi, ma ci sarebbero anche No One Hit Wonder ed Enemy of Order, peccato risultino col tempo parecchio deboli e quasi irritanti nei loro ritornelli) il resto ama restare in una sorta di “limbo” del “mid-tempo” anche se non troppo sbandierato, alcune volte dichiaratamente (title track o Hope Can’t Die) mentre in altre occasioni lo da meno a vedere.

La produzione chiara, potente e moderna cozza un po con l’abito che la band vuole calzare così testardamente, diciamo che un poco di sozzeria in più avrebbe forse dato un colore migliore al disco (ma sono solamente impressioni personali) mentre dal lato esecutivo non c’è proprio nulla da dire, sopratutto nei confronti di Gerre che diventa ogni volta la vera anima della formazione in grado di fare la differenza anche sui brani cosiddetti “mediocri”. La sua voce spicca sempre in ogni occasione, subito riconoscibile e capace di prodigiose variazioni fra strofe e ritornelli.

Le cose migliori le fanno sentire nella tripletta iniziale (Warcry dal riffing strisciante, Fooled by Your Guts premia invece la “coralità” della band mentre la title track è pronta ad entusiasmare in sede live grazie al suo refrain ultra-indovinato) su una Hope Can’t Die dal riffing tipicamente Priestiano (ritornello ancora super) e sulla impossibile da non amare Breakfast for Champions (ovazione!). A guardare e sentire bene non si registra la presenza di canzoni così obbrobriose o esageratamente negative, però è innegabile come alcune ti lasciano con l’amaro in bocca, quel sapore che fa in modo di non farti mentire con te stesso nemmeno di fronte all’iniziale (e normale) entusiasmo.
Si può dire comunque che ancora una volta ci sono riusciti (provate voi ad andare avanti così a lungo e riuscire a tirare fuori ancora discreti pezzi), il loro disco l’hanno fatto e la ruota farà ancora un giro completo sino al prossimo inevitabile nuovo capitolo alcolico.

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