Taake – Stridens Hus

Dopo anni e anni di intemperanze cosa dobbiamo ancora aspettarci da Hoest e il suo fardello nebbioso? La risposta è semplice e sotto forma di buon auspicio, quello che possa […]

Dopo anni e anni di intemperanze cosa dobbiamo ancora aspettarci da Hoest e il suo fardello nebbioso? La risposta è semplice e sotto forma di buon auspicio, quello che possa di tanto in tanto inflazionare il mercato con un bel disco dal puro sapore Taake, niente di più o niente di meno di quello che ha sempre fatto insomma. D’altronde voi cosa fareste quando nel vostro piccolo riuscite a spiccare grazie a una formula black metal tanto classica quanto personale? Musica che probabilmente esce fuori naturale e ribelle già alla fonte, priva di quelle piccole forzature che tante volte possono compromettere “meccanicamente” il risultato globale. E quindi ben vengano i Taake con i loro alti e “meno alti” (si perché di esageratamente bassi non si può proprio parlare), con le loro parti arcigne e spigolose, con la loro fredda introspezione e con la voce di Hoest sempre pronta a sgolarsi in nome della causa misantropica.

Si sa a cosa andiamo incontro, la speranza va riposta unicamente nel fattore “ispirazione”. E nel nuovo Stridens Hus questa sicuramente c’è, anche se a volte il disco sembra volersene andare a zonzo per perdersi un po. Bastano dunque questi brevi accenni per relegare il nuovo nato ai gradini più bassi della discografia (se non il più basso, ma il tempo sarà più preciso), certo a guardare il voto questi “gradini bassi” diventano quelli “usuali” di tanti altri. Ci si può giocare a lungo diciamo, ma l’importante alla fine sarà possedere la nuova pietruzza, anche se sai già che non sarà un certo spirito “rivoluzionario” a muoverla. Ma la certezza è una particolarità che si guadagna difficilmente e se il nome Taake ha raggiunto determinati livelli non è solo per quei due primi comprovati e riconosciuti capolavori. L’asticella è riuscita sempre a rimanere sul versante positivo, e l’oscuro -e di certo non semplice- lavoro è stato completato ancora una volta, Stridens Hus sta giusto li a dimostrarlo, eretto su sicure fondamenta dispiega la sua voglia matta di black metal “nudo e crudo”, lo fa speditamente, senza la presenza di intoppi particolarmente difficili da superare.

L’opener Gamle Norig è fredda lama ciondolante, precisa nella sua quieta esecuzione diventerà anche la mia traccia preferita dell’intero album. Non si potrà non notare subito la forte personalità norvegese scaturire in qualità di “spire informi”, arrotolate dentro quel tipico e strano limbo melodico. Orm rende le cose più “leggere” prima di perdersi nel “solito” vociare epico finale (su questo brano c’è una strana mescolanza) che Hoest si porta dietro dagli esordi. La lunga Det fins en prins è l’altra grande preziosità di tutto Stridens Hus, scalata impervia ed introspettiva che porta i suoi frutti solo a debito tempo, sulla scia di un finale definibile come “conturbante” (lampi di classe pura) che si attacca con piacevole mestiere a Stank e alla sua sibilante partenza. E’ come se su questo disco i Taake si fossero concentrati su un certo tipo di improvvisazione, niente di troppo diverso dal solito, ma c’è più scorrevolezza, più voglia di lasciare fluire le note andando contro alcune caratteristiche di profondità (che sempre permangono ma a corrente alternata). En sang til sand om ildebrann è un buon accompagnamento e nulla più, non ci eccitiamo particolarmente, mentre vanno meglio le cose con i stacchi di Kongsgaard bestaar. Il compito di chiudere tocca alla pungente Vinger che fortunatamente riesce a far funzionare ogni reparto (chitarre splendenti e voce che lascia il segno) grazie alla sua furente espressione.

Ci si poteva anche aspettare di più ovvio, ma non si può essere sempre perfetti. A Stridens Hus tocca il ripostiglio dell’intrattenimento, un respiro di “basso profilo” se vogliamo nell’attesa della prossima uscita. I maniaci del Taake sound ne usciranno in ogni caso soddisfatti.

About Duke "Selfish" Fog