Taake – Kong vinter

Ci sono voluti circa tre anni per scoprire come sarebbe andata a finire con l’andamento della discografia Taake. Il precedente Stridens hus andava a rappresentare il capitolo più basso della […]

Ci sono voluti circa tre anni per scoprire come sarebbe andata a finire con l’andamento della discografia Taake. Il precedente Stridens hus andava a rappresentare il capitolo più basso della rispettabile carriera e si sa, dopo qualcosa del genere si rimane in qualche maniera “diversamente curiosi”, quasi in attesa del tracollo definitivo anche se mai veramente auspicato.

Leggere alcune critiche feroci al nuovo Kong vinter sembrava di seguito la classica conferma che metteva la pietra sopra a determinati pensieri, e persino un primo tiepido ascolto sembrava pendere su tale negativa direzione. Ma invece….

Invece il settimo full-lenght Taake riuscirà infine a convincermi e neppure poco. Possiede quel trademark inconfondibile ma al contempo si lascia accompagnare da una sensazione di “freschezza”(dai tratti rock?!) capace di perforare l’obiettivo. Non è certamente nulla di rivoluzionario ci mancherebbe, però si avverte abbastanza distintamente il tentativo di cercare fonti di sostentamento diverse dal solito. Kong vinter è come quella passeggiata tra alberi e neve ai limiti della città, in qualche modo avvicina la creatura Taake a suoni più istintivi e “da palco” se vogliamo. Non si snatura ma è come se diventasse più carne, più istinto, più dolore indirizzato su parti che prima venivano solo sfiorate (da qui nasce quel senso di disorientamento dato dal primo ascolto). Il disco è una ferita aperta pronta a sanguinare senza interruzione, un vero e proprio trionfo del riffing secco e mordace tratto distintivo della band (portato in questo caso al livello del terreno).

Più lo ascolto e più ci sento nient’altro che “abrasione da ghiaccio”, a Kong vinter non importa essere bello e anzi, sta li a sottolinearti ogni sorta di imperfezione, errore o quant’altro di umano si possa nascondere dietro delle note dannate come queste. A tratti risulta davvero sorprendente, riesce ad anestetizzarti per poi risvegliarti un secondo dopo con un battito di ciglia come succede ad esempio su Huset i havet. Le chitarre si divorano tutto (si avvertono finezze uscire dalle due casse) e ci trascinano grossolanamente dentro un limbo inquieto, talvolta sinuoso nei rilievi.

A volte ho la sensazione di sentire una versione dei Taake filtrata su correnti affini al black metal finlandese, ma la “visione” appare e scompare proprio come gli altri aspetti poco afferrabili in dote al disco. Certamente lasciarlo fluire (o “sopportarlo” in base a quanto poco o tanto ci piace) aiuta e non poco, aiuta a fraternizzare con quei passaggi acuminati, sulla carta sbagliati o magari all’apparenza fuori posto. Bisogna solo permettergli di spiccare il volo a Kong vinter e non sarà semplice, ma la ricerca che ci sta sotto la si avverte, e rende l’insieme -almeno per quanto mi riguarda- veramente interessante.

Più gira e più scala posizioni all’interno della discografia Taake, a questa tornata mi astengo dal dare un voto poiché il solo cercare di pensarlo mi mette in difficoltà, ma dopo i primi e “soliti” due Kong vinter a mio modo di vedere se la gioca ad armi pari con gli altri appartenenti al medesimo livello.

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