Swallow The Sun – Emerald Forest And The Blackbird

Un percorso sempre più maturo ha visto protagonisti gli Swallow The Sun, dopo tre dischi di “composta chiusura” (e d’immenso valore) i nostri avevano come dire “strizzato l’occhietto” ad un […]

Un percorso sempre più maturo ha visto protagonisti gli Swallow The Sun, dopo tre dischi di “composta chiusura” (e d’immenso valore) i nostri avevano come dire “strizzato l’occhietto” ad un qualcosa di più semplice e spiccatamente melodico con New Moon, il loro marchio persisteva egualmente, reggeva oltre quella pressante iniezione melodica apportata. Insomma New Moon sembrava il classico disco di rottura con il passato, il classico disco dal quale non si fa più ritorno se non dopo diversi anni e possibili delusioni. Invece non è andata così, gli Swallow The Sun non sono di una “pasta comune”, e con Emerald Forest And The Blackbird riuscivano a dimostrarlo ampiamente, dando un altro segnale più che importante. L’album era anche il quinto tassello positivo consecutivo di una discografia nata nella “meraviglia” e proseguita senza mai fare il passo più lungo della gamba.
Ma innanzitutto è bene precisare come Emerald Forest And The Blackbird non rappresenti un completo ritorno al passato (allo stesso modo in cui  rifugge dal mondo New Moon), gli Swallow The Sun mantengono inalterate alcune tipiche e proprie caratteristiche, ma riescono pure ad andare oltre a loro modo, diventano coscienti e fantasiosi, esibendo un songwriting sopraffino, a tratti veramente toccante.

Già altrove avevo sottolineato le perfette movenze liriche di Mikko Kotamaki, beh, su Emerald Forest And The Blackbird il nostro offre un repertorio ancora migliore, eccellendo su qualsiasi stile canoro (il chiuso growl, lacerante scream o profondo e suadente cantato pulito, poco importa cosa si sente quando c’è lui di mezzo) intrapreso. Gli Swallow The Sun sono la perfetta dimostrazione del valore del detto “fare le cose semplici ma farle bene“, loro suonano naturali e non forzano davvero mai, non optano mai per via complicata o cervellotica, la materia scorre in modo naturale, e si ha sempre l’impressione di essere di fronte a minuziosi ed accorti lavori in sede di scrittura. Non era affatto semplice realizzare un’opera così “ambiziosa”, dalla durata di quasi un’ora e dieci minuti, di certo chi li adora -come me- vedrà il tempo scorrere inesorabile e alla fine si troverà a chiedere persino qualcosa di più, quasi non basterà l’ultima Night Will Forgive Us (un pezzo che mi ha ricordato non poco i loro compatrioti Insomnium) a spegnere la distesa di disperazione. Tra le cose -per quanto possibile vista la non immediatezza e la non poca durata- il consiglio è quello di insistere con gli ascolti, dare ai brani il tempo necessario per maturare, perché alcuni sbocceranno magicamente, e senza dare minimi segnali d’avvertimento. Anche le canzoni che appaiono subito deboli diventano mano a mano tasselli fondamentali di un disco che rappresenta una sorta di nuovo cammino iniziatico (il che non è affatto semplice vista la classicità d’approccio). Senza il timore di sbagliare affermazione possiamo dire di quanto rimangano immutati, eppure una mutazione la si riesce a respirare oltre la “spessa corazza”, una piccola trasformazione che potrebbe portare a risultati vertiginosi (già quando erano “totalmente classici” li riconoscevi subito fra i tanti, questo bisogna sottolinearlo).

Prendo ad esempio le mie quattro preferite (assieme alla easy This Cut Is The Deepest, dove riescono ad unire mirabilmente spiriti svolazzanti di Katatonia e Ghost Brigade), la title track (a suo modo epica, mi ha anche ricordato il metal estremo finlandese di metà anni 90), Cathedral Walls (splendido affresco e costruzione perfetta per una canzone che vede ospite speciale Annette Olzon, una tiepida “colorazione” su tinte cupe), Labyrinth of London (Horror pt. IV) (oscura, esoterica con una strofa che è già diventata culto per il sottoscritto) e April 14th (come comporre poesia per una persona che non c’è più, dire emozionante non spiegherebbe al meglio le sensazioni conferitemi dal pezzo). Tutte queste canzoni sono lunghe ma non ti danno mai il peso dell’effettiva durata, ma soprattutto appaiono tutte diverse una dall’altra, un piccolo prodigio se si sta bene a vedere.
Ma il voto alto fa giustamente intendere che oltre a queste c’è pure dell’altro, la già citata This Cut Is The Deepest ovviamente, che assieme a Silent Towers rappresenta il lato immediato, mentre saranno sofferenza, immediatezza e “romantica crudeltà” a sfamarsi su Hate, Lead The Way!, Hearts Wide Shut e Of Death And Corruption.

Alla fine ci troveremo per le mani dieci canzoni da ricordare (nel genere di solito si pensa sempre alla globalità, qui ogni frangente assume invece un ruolo da protagonista), da voler tornare ad esplorare ogni volta che ne avvertiamo esigenza. Emerald Forest And The Blackbird oltre a “parlare bene e subito” ha un chiaro potenziale da dover diluire nel tempo, un gesto di comprensione che ci farà parlare di lui anche fra diversi anni.

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