Subliminal Fear – Escape from Leviathan

Passati circa quattro anni dal secondo album One More Breath, il tempo di tornare è maturo in casa Subliminal Fear. La formazione italiana non ha fortunatamente perso lo smalto durante […]

Passati circa quattro anni dal secondo album One More Breath, il tempo di tornare è maturo in casa Subliminal Fear. La formazione italiana non ha fortunatamente perso lo smalto durante questi anni, e prosegue senza indugio la sua particolare evoluzione, una strada che a questo giro cerca di optare per un giro “più ampio” rispetto a quello a cui eravamo abituati. Possiamo arrivare a parlare di Escape from Leviathan in termini di “pelle nuova”, una pelle dal tocco sintetico, affascinato da scenari e suoni industriali avvalorati dalle speciali ospitate di Guillaume Bideau (Mnemic, One-Way Mirror), Lawrence Mackrory (Darkane) e Jon Howard (Threat Signal, Arkaea). Se a ciò aggiungiamo un copertina a dir poco splendida (ed azzeccata) firmata Seth Siro Anton direi che tutte le carte in regola per fare bene (e generare la necessaria curiosità) sono tutte presenti.

E così sarà, l’uniformità profusa a questo giro dai Subliminal Fear è di quelle importanti, la band si dimostra solida, “ferma”, concentrata appieno sugli effetti desiderati, effetti che guardano al futuro secondo scenari “industrial melodici”, roba da far contenti gli orfani di una band come i Sybreed (formazione partita in un modo diciamo “basilare” ma poi maturata sensibilmente nel tempo, che ciò sia di buon auspicio per il percorso futuro griffato Subliminal Fear?). La band svizzera è difatti il paragone più azzeccato che potremo trovare per Escape from Leviathan, che salta a piè pari l’influenza basilare Fear Factory (presente ovviamente ma “diluita”) per andare subito a parare altrove.

Il disco macina sempre meglio, e ogni nuovo ascolto ci regalerà nuove sfumature prima sfuggite o nuovi passaggi vocali sui quale perdere la testa (cercherò di non ripetermi ma l’album si erge sulle maiuscole prestazioni dei due singer in azione, Carmine Cristallo per il retaggio pulito e il nuovo innesto Matteo De Bellis per il growl). Buona la produzione curata interamente in quel di Bari ai Golem Dungeon Studios, reattiva nel bilanciare al meglio i solidi muri innalzati dalle asce con gli ingressi elettronici praticamente onnipresenti (inseriti con gusto, mai invasivi ma importantissimi per l’economia della loro nuova veste).

Il consiglio è quello di non desistere mai, perché Escape from Leviathan saprà colpirvi nel momento inaspettato e solo sulla base di determinate convergenze. L’unica canzone che potrebbe evadere dal concetto è la seconda All Meanings They’ve Torn, pronta a “schiavizzarci” sulla scia di un refrain semplice ma importantissimo. All’interno del disco i Subliminal Fear faranno pure ciò che vogliono di una canzone dei Talk Talk (Living in Another World, praticamente la rendono “loro”, perfetto incastro con il resto), messa senza batter ciglio nel mezzo dell’album, come a renderla parte attiva del tutto invece che solita bonus da esercizio di chiusura.

Come avevo apprezzato il classico esordio Uncoloured World Dying apprezzo questo Escape from Leviathan, un disco che cercherà di rilanciare ed incrementare il mormorio globale nei loro confronti (sotto troviamo la finlandese Inverse Records). D’altronde canzoni come Nexus, title track (splendido lento siero dalle movenze sinfoniche), Evilution (l’attacco portante ha un dna alla Dino Cazares), Dark Star Renaissance (robotica e malinconica, in lizza per un posto sicuro sul podio) o il terzetto finale Self-proclaimed Gods/Limitless/The Disease Is Human Emotion (quest’ultima la conclusione atmosferica che ci voleva) riescono a rilasciare un loro distinto spessore impossibile da non fiutare anche solo sull’iniziale distanza.

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