Stielas Storhett – Expulsè

Li preferivo prima gli Stielas Storhett, più dannati e grezzi rispetto alla dimensione formato “pulizia sonora” riscontrata su Expulsè. La one man band russa animata da Damien T.G. con tale […]

Li preferivo prima gli Stielas Storhett, più dannati e grezzi rispetto alla dimensione formato “pulizia sonora” riscontrata su Expulsè. La one man band russa animata da Damien T.G. con tale lavoro non rilasciava di certo un brutto album, anzi il suo modo di farsi apprezzare lo riusciva a trovare, soprattutto in virtù di certe doti eclettiche, se vogliamo quantomeno “inusuali” (doverose le virgolette, visto come sia diventato quasi impossibile tirare fuori qualcosa di totalmente innovativo). Ma su di me tutto ciò non è riuscito ad esercitare il necessario fascino, o meglio finisco per ascoltarlo con piacere, giusto come si riguarda un discreto film già visto tempo prima, ma nulla di più. Questa dimensione infastidisce, a maggior ragione pensando all’esordio Vandrer o all’ottimo ep successivo SKD, diciamo che l’euforia di certo non mi mancava, e l’attesa di cinque anni dopo il debutto era di certo il giusto condimento.

Ma cerchiamo di lavare via le visioni personali e cerchiamo di capire meglio come suona questo Expulsè. Le chitarre mantengono sonorità vagamente gelide ma la pulizia sonora smorza quell’effetto magico che li caratterizzava in precedenza. La volontà di voler “apparire adulti” e maggiormente accattivanti (ma non ancora sbadatamente commerciali, questo no) era respirabile, le canzoni esplorano un lato melodico soffuso e dai tratti heavy, l’esempio più lampante viene offerto subito con l’opener Dying Delirium, un brano in grado di far vedere ottime cose con  annessa la pericolosa aggravante di non lasciare proprio niente dietro di se.
Non cambiano troppo le cose ma migliorano decisamente con la seconda Buried by Storm and Eternal Darkness dove riuscite armonie inquiete e malate si sposano alla meglio con un “boschivo” screaming lacerante (chi ama la tipica cadenza russa andrà in visibilio per tutto l’album). Il disco va poi avanti a singhiozzo, con parti convincenti che vengono puntualmente private poco dopo da quell’entusiasmo essenziale per riuscire a convincere pienamente. All Paths Lead to Oblivion vive nei suoi otto minuti continui e pericolosi saliscendi, tra accelerazioni, introspezioni narrative e mezzi tempi dal sapore agrodolce. Sono forse troppi gli inserimenti acustici (dal forte sapore Opethiano) presenti nella maggior parte delle canzoni, o molto più semplicemente mal si sposano con quello che vogliono essere qui gli Stielas Storhett, resta comunque assolutamente soggettiva l’ardua conclusione/sentenza. Nelle rimanenti Two Lifeless Months, title track e Angel Of Death le sensazioni rimangono sul tiepido, in bilico nell’ormai solito limbo sensoriale cercato di descrivere.

Ne sentirete parlare bene, anzi sono sicuro che a molti di voi piacerà molto, io a questo giro mi tolgo dal coro, ascolto il disco ma senza particolari sussulti, rifuggendo dal pericolosissimo effetto noia che fortunatamente riesce a tenersi in qualche modo ancora alla larga.
Mettendomi nei panni del discografico di turno avrei scritturato anche io la band senza fiatare, in seguito però l’amarezza di vedere un risultato così “debole” avrebbe dominato, procurandomi solo della discreta amarezza. I Stielas Storhett si prendevano un bel “rinviati”.

About Duke "Selfish" Fog