Sorcery – Garden of Bones

Gli svedesi Sorcery arrivano a consolidare con Garden of Bones il loro ritorno discografico (che risale a pochi anni grazie all’ottimo Arrival at Six, già recensito su queste pagine), privi […]

Gli svedesi Sorcery arrivano a consolidare con Garden of Bones il loro ritorno discografico (che risale a pochi anni grazie all’ottimo Arrival at Six, già recensito su queste pagine), privi di timori e con l’obiettivo ben saldo e scolpito sulla capoccia di razziare nuovamente i nostri padiglioni auricolari sino all’inevitabile e “ridente” sfinimento. I Sorcery fanno ancora una volta centro, lo fanno con una facilità a dir poco disarmante, questi signori sono tornati a bruciapelo e in un men che non si dica hanno scalato posizioni su posizioni, si sono ripresi fieramente ciò che spettava loro, e in qualche modo pure dimezzato il tempo sciaguratamente disperso. Sicuramente uno dei pochi ritorni di spessore (o almeno uno di quelli  che posso al momento ricordare con una certa sicurezza), capace di entusiasmare sulla scia di ogni nuova traccia prescelta per l’occasione. Certo, come per il fortunato predecessore non è il fattore novità a stupire, ma poco in fondo ci importa vista la qualità largamente ottenuta (e soprattutto mantenuta) a più riprese.

Corazzati, ferraglia marcia e assordante in continuo movimento, fare schiacciante ed approccio heavy-andante a “bagnare” le giunture. E’ il sound dei primordi a dettar legge con i Sorcery, e le teste più dure lo capiranno al solo ingresso in scena di Holy Ground, prima di una lunga serie di lacerazioni che troveranno “pace” solo all’ingresso della conclusiva title track dove per sette minuti verremo presi e consegnati “in altro modo”. Entombed/Dismember e At the Gates i nomi più gettonati per i riferimenti di rito, nient’altro che scuola svedese a dettare fili e direttive di questo fiume chiamato Garden of Bones. Lasciatevi dominare dalle melodie malsane di The New Armageddon, dai passaggi ritmici di Insanity Arise, dal tellurico refrain di Dark Waves o dall’acredine profuso beatamente da Hellstorm (giusto per rimanere fermi alla prima parte, sapete che in casi di ottima ispirazione andrebbero citate tutte in un modo o nell’altro).

Ancora una volta la copertina è caratteristica, una gioia per gli occhi, qualcosa capace di riconciliarti con umori -e sapori- poco riscontrabili oggigiorno (buone cose per l’anima senza dubbio). E così la mattanza potrà avere inizio, una mattanza lunga pressapoco cinquanta minuti, tutti intensi ed opportunamente spiattellati come se l’azione compiuta fosse l’ultima rimasta possibile e quindi giocoforza attuabile. Non si fanno pregare i Sorcery e Garden of Bones ne è sogghignante prova, una pallottola sicura di fare sfracelli dentro corpi mollicci ed ormai largamente compromessi.

Pochi punti in meno rispetto ad Arrival at Six, ma solo sciocchezze, sottigliezze date dalla sola opportunità di parola.

About Duke "Selfish" Fog