Skineater – Dermal Harvest

Furono inaspettati e proprio per questo capaci d’esaltarmi particolarmente, il loro esordio riuscì a folgorarmi già con prima canzone ascoltata in canna, dichiarando autentico “amore” a prima vista. E’ nato […]

Furono inaspettati e proprio per questo capaci d’esaltarmi particolarmente, il loro esordio riuscì a folgorarmi già con prima canzone ascoltata in canna, dichiarando autentico “amore” a prima vista. E’ nato proprio così il mio rapporto con questa entità svedese che magari sparirà misteriosamente dopo questo album (purtroppo è il destino di tanti), e più precisamente con la canzone Your Life Is Mine; una volta sentita quella mi sono detto “questo disco è per te, e ti piacerà tanto, indipendentemente da quello che ci troverai dentro“. Beh, alla fine è andata proprio così, ma per “ragioni di giustizia” voglio rimanere basso con il voto perché so di essere esageratamente di parte. Ci vado cauto perché mi rendo conto di “quanto” sono implicato quando si accomunano parole come “death metal” (quanto e come usare la parola melodico lo decidete voi a termine ascolto) e “Svezia”, e oggettivamente Dermal Harvest è fatto per restare nei cuori dei più folli maniaci, quindi è giusto dirvi quanto sia valido, ma anche di andarci piano se usualmente non vi esaltate di fronte a codeste rasoiate nordiche.

Dermal Harvest non concede soste ne tempo per tirare lunghi respiri, per alcuni non sarà una novità scoprire come dietro al monicker operino due In Thy Dreams come Stefan Westenberg e Hakan Stuvemark (e quando recluti Matte Modin dietro alle pelli generi automatica curiosità). Un certo stampo non te lo levi di dosso tanto facilmente (col tempo i ricordi si fanno anche più precisi), anche quando le uscite si fanno mano a mano sempre più rade, e anzi, quasi finisci per volergli ancora più bene rispetto all’era dei capolavori.

La Pulverised Records come già ha dimostrato in passato crede tantissimo nel genere, e sputa fuori probabilmente senza pensarci questo debutto (esattamente come avrei fatto anche io al loro posto). La speranza di un “sequel” è tanta, ma intanto con la consapevolezza di come vanno le cose mi godo al massimo questa abbondante mezz’ora fatta di divertimento ed esaltazione. At the Gates, Carnal Forge e primi In Flames sono grossomodo le coordinate di riferimento per la musica firmata Skineater. Le emozioni fioccano già alla partenza, He Was Murdered ci accoglie con violenza ma è con il refrain che si aprono inevitabili squarci d’incredibile superiorità. Dismantling gioca con in maniera efferata con la melodia mentre Your Life Is Mine è già stabilmente nei miei brani preferiti di quest’annata (non riesco a decidermi se sia meglio la strofa o il refrain, in ogni caso notate come scorticano bene le chitarre). Made of Godsick modifica leggermente il mood andando a scomodare perfino i Morbid Angel (senza “evadere” però dal proprio solido concept), Through the Empire pensa solamente a demolire e spintonare verso  l’agognato burrone mentre Stab fornisce necessario trasporto e ideale “mix” per poter affrontare gioiosamente la parte conclusiva del disco. Drifting nasce come classico, magari troppo riciclata, ma dal risultato vincente assicurato, Thousand Dead Faces manifesta lo spirito perso degli In Flames ma con ampie dosi di azione e furia. In coda troviamo una Bring Them capace di crescere con gli ascolti e Solitude Discord a chiudere le ostilità.

Un ringraziamento agli Skineater va fatto, un bel grazie per avermi consegnato in “non colpevole ritardo” ampie dosi di vecchia essenza. Il concetto è urlato e ribadito, ma sta a voi decidere se sposarne la causa o meno.

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