Sinners Moon – Atlantis

I gusti sono strani, noi siamo strani. Siamo strani perché non ce quasi mai un modo per starsene tranquilli e pacifici, se un gruppo suona “diverso” non convince, se invece […]

I gusti sono strani, noi siamo strani. Siamo strani perché non ce quasi mai un modo per starsene tranquilli e pacifici, se un gruppo suona “diverso” non convince, se invece suona “uguale ad altri” molte volte il discorso non cambia. Particolari, con diversità assurde ed insormontabili, molte volte semplicemente incapaci di godere di semplici note musicali. Sin dal primo ascolto di Atlantis non ho avuto dubbi sul come dovevo aprire questa disamina, perché l’esordio degli slovacchi Sinners Moon mi offre l’occasione per spiegare -forse definitivamente- quanto in basso stiamo andando, in cosa ci stiamo tramutando, ovvero “inguaribili spocchiose creature mai contente sempre reattive nel criticare”.

Ok, Atlantis non sarà l’album dell’anno, molto probabilmente non sta neppure nei primi 200 dello stesso, dire che è derivativo non significa fare una scoperta sconcertante, però è un bel disco, un disco dotato delle giuste canzoni (per un esordio ovviamente, grasso che cola quando non se ne ceffa neppure una come in quest’occasione) accompagnate da una signora produzione che ha il solo difetto d’apparire senz’anima (una diversa colorazione avrebbe giovato non poco alla fruibilità globale).

Il grosso problema è quel numero zero posto affianco alla parola personalità, difatti i Sinners Moon non fanno niente di niente per tentare di emergere da questo punto di vista, si accontentano di comporre (cosa che comunque viene loro bene) usando un linguaggio adoperato già da altri, certo non sono i primi e non saranno gli ultimi, ma questa cosa purtroppo non viene percepita da tutti allo stesso modo (ma se un dato stile fa parte di voi, lo avete scelto “oltre il tempo”, perché vi fate dei problemi dico io). L’ispirazione che diventa “plagio”, ma nonostante ciò non riesco a odiare Atlantis, anzi a mio modo finisco sempre con il volergli un botto di bene (peccato sempre per quelle paturnie datemi dalla produzione). Gliene voglio perché ha tutta quella carica e quell’entusiasmo tipici di un album d’esordio, lo senti chiaramente nell’aria, il messaggio ti arriva forte e chiaro. Mi sento così leggero che passo sopra al fatto della “poca gavetta” (nonostante i cinque anni impiegati per dare forma ad Atlantis, nel mezzo non c’è nessuna prova, nessun tentativo) impiegata per arrivare sotto contratto, fattore che reputo determinante ai fini del “modellamento” di alcune sottigliezze in grado poi di fare la differenza.

I Sinners Moon suonano power metal sinfonico con voce femminile, il primo nome che vi verrà in mente come termine di paragone sarà probabilmente quello giusto per definirli in maniera esatta. Si, stiamo parlando proprio di loro, dei Nightwish (quelli che sono riusciti ad abbattere un certo muro) Atlantis suona identico-sputato come un loro disco, l’unica differenza è che ci mette più entusiasmo e più voglia (vogliamo dire come i loro primi album? Meno professionalità a volte non può fare altro che bene?) fattori questi che non sono così da trascurare col senno del poi. Ci deve essere un motivo plausibile che possa spiegare la leggerezza con la quale si affronta Atlantis rispetto alla pesantezza data dagli ultimi lavori della band finlandese.

Ma questi slovacchi ci mettono “foga”, e alla voce femminile non affiancano “timidi” passaggi puliti maschili, loro addobbano il tutto con un bel growl infoiato, questa caratteristica dona al disco una spinta decisiva, con la carica necessaria per uscire da certi schemi forse troppo prestabiliti (facendo questo si avvicinano all’operato di After Forever, Epica e Edenbridge).
Chitarre compresse, tastiere che veleggiano fiere in sibilanti rintocchi (considerabili come la terza voce aggiunta), la strada è così spianata, Simona libera la sua angelica voce permettendogli di fluire, di adagiarsi sulla solida controparte ruvida (rappresentata da voce maschile e chitarre).

Inner Demons, Memento Mori, Buried vengono snocciolate energicamente, il loro compito è quello di creare la giusta intesa, far capire in maniera esatta e inequivocabile il tipo di territorio che si andrà a calpestare. Però il registro saprà acquisire i suoi lievi cambiamenti, la ballata elettrica Pray for the Child da un primo segnale, di seguito l’armonica Falls of the Neverland (graziosissimo il cantato) fa altrettanto. Anche Fly to the Moon cerca d’aprire un poco le cose (qui il sentore Epica si accentua) ma sarà con la title track (undici minuti) che raggiungeremo l’apice epico-sinfonico di tutto l’album. Un pezzo sul quale arriveranno in pochi (possibile scrematura imputabile all’eccessiva durata totale) probabilmente, ma che finirà per premiarli di sicuro (meriterebbe solo per gli ingressi del growl, speciali e dall’impatto subitaneo).

Per il resto non rimane che sottolineare la presenza di Tony Kakko su My Servant, piccolo incentivo studiato appositamente per far circolare meglio il loro nome. Riponete le pretese e fate ingresso nel mondo musicato da Atlantis, esordio symphonic power metal senza lode ne sbadigli.

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